Le limosine che Fortunella raccoglieva non sarebbero bastate a far vivere una donna sola; ella aveva un garzoncello per soprassello. Ciò che questo monello guadagnava, se guadagnava qualche cosa, lo spendeva di nascosto, sia per andare a vedere i pupozzi di Don Gabriele al teatro di Donna Peppa, sia per pagare il vecchio che raccontava sul Molo le avventure di Rinaldo e di Bradamante, sia per comperarsi di quelle stomachevoli leccornie chiamate franfellicchi. Il pane era dunque tutto a carico della povera donna.

La quistione degli abiti non fu mai una quistione per Gabriele. La natura avendolo provvisto di una magnifica capigliatura nera, come gli augelli del cielo sono provveduti di piume, Gabriele non aveva bisogno di coppola. Le belle lave del Vesuvio, che lastricano le strade di Napoli, avendogli indurito l'epidermide dei piedi, come gli animali erranti, egli non sentiva la necessità delle scarpe. Il freddo del clima di Napoli non essendo intenso, un giubbetto non era indispensabile. Egli è vero che il pudor pubblico, checchè ne abbia scritto lady Morgan, non avrebbe tollerato che egli andasse attorno senza camicia e senza calzoni. Ma che quel pantalone non arrivasse che fino al ginocchio, che i suoi squarci a bocca aperta lasciassero vedere ciò che avrebbero dovuto nascondere, che quella camicia fosse un cencio così pittoresco come i deliziosi stracci dei cialtronelli di Murillo, poco importava. La morale pubblica era salva, la società pudica soddisfatta; la coscienza della gente caritatevole restava quindi senza rimorsi. La nettezza poi era affare di Gabriele. Quando la sua biancheria era sporca, egli la gittava al mare. E frattanto ch'egli succhiava delle conchiglie, il sole ed il mare s'incaricavano dell'imbiancatura di sua signoria.

Neppure la quistione dell'alloggio non era stata giammai una per lui. Egli avea fisso il suo domicilio al terzo scaglione della gradinata della chiesa di S. Teresa, a Capodimonte. Il proprietario non gli dimandava mai il pesone, come il popolo napolitano chiama il fitto della casa.

La parola dice la cosa.

Ma l'inverno? domanderete voi. L'inverno? Ebbene, fra tutte le calamità sociali che affliggevano la città di Napoli, la Provvidenza le ne aveva risparmiata una che forse le valeva tutte. A Napoli non vi erano portinai, o piuttosto non ve n'era che uno solo: lo svizzero del re! L'inverno dunque Gabriele si cacciava in un cortile, s'appollaiava dietro una porta, in una rimessa, in una stalla. A giorno, cominciava a battere le strade, se gli restava ancora qualche soldo, ovvero andava a vedere sua madre, nel suo orribile buco al mercato, se aveva fame.

Questa esistenza spensierata e nomade era il suo apprendimento della vita. La famiglia naturale l'avea rigettato, la famiglia adottiva era stata disciolta dal potere politico: orbo di padre e di guida, egli vagava alla mercè del caso, e si dava a lui tutto intiero.

Il caso è l'istinto.

Sua madre un giorno lo sgridò: credo anzi che lo battesse un tantino. La povera donna voleva tirarselo dietro in una chiesa, ed il galuppo preferiva di restar fuori, al sole. Gabriele se la spulezzò, e per due o tre giorni non comparve al tugurio. Però, come Fortunella gli aveva parlato di religione, ei si fece pitturare sul braccio delle belle anime del purgatorio che si voltolano nelle fiamme, e si tenne per aggiustato col cielo.

In questo mentre, il lastrico della città gl'insegnava non poche cose.

In contatto col mondo, messo a limite nelle sue inclinazioni, subendo di già la legge del più forte, alle prese con i bisogni e con le aspirazioni che sorpassano sempre le latitudini della miseria e si slanciano in quelle del lusso, costretto ad osservare, a riflettere, ad attendere, egli studiava la città come il selvaggio studia le savanne.