—Grazie degli avvisi, dei consigli, degli augúri di cui mi onorate. In ricambio sappiate questo e procurate di profittarne. Io non fo parte di ciò che voi chiamate vostro partito. Non sono cospiratore, ma pensatore. Ciò che per voi è una combinazione politica, per me è un assioma psicologico. Ciò che voi credete, perchè Mazzini ve lo afferma, è per me una legge eterna della coscienza umana. Voi potete tergiversare, cangiare secondo gli avvenimenti o le soddisfazioni ottenute o rifiutate; io, io non posso disfarmi che per la decomposizione della mia anima, per l'atrofia della mia intelligenza. Voi non sarete mai che degli scolari; io sarò sempre un maestro. Voi potete esser vinti dall'insuccesso, dalla sventura, dal dolore; io non potrei avere tutto al più che degli smarrimenti. Io respingo dunque i vostri avvisi e vi fo grazia dei vostri augúri. Se voi conoscete meglio di me le pratiche della vita, io ne conosco i principii, i quali non cangiano con la moda. Voi conoscete forse gli uomini; io conosco l'uomo. Io non vi domando dunque d'insegnarmi come si tratta con gli uomini e quali uomini si debbono bazzicare o evitare. Io amo l'arditezza nei giovani; ma diffido dell'oltracotanza, che è sempre soppannata di debolezza e d'ignoranza. Voi mi dite addio. Io vi rispondo a rivederci,—a rivederci al giorno della prova. I piccoli sono severi. Credetemi, bisogna esser grande per esser indulgente, veder lontano ed aggiornare il giudizio.

Don Diego salutò pulitamente il barone ed uscì, lasciandolo immerso in una stupefazione profonda. Era il primo uomo che egli incontrava nel suo partito, dopo il colonnello Colini che ne era il capo.

Don Diego si rese in seguito presso l'impiegato del ministero.

Don Domenico Taffa aveva terminato il suo desinare e digeriva dolcemente, fumando un eccellente zigaro e leggendo tale o tal altro giornale francese, cui la censura del ministero sopprimeva agli abbonati per distribuirli a certi impiegati privilegiati. Don Domenico, anch'egli, aspettava il prete da lungo tempo, e non senza impazienza. E' lo ricevè dunque con una soddisfazione marcata, gli offerse sigari, caffè, liquori, cui Don Diego ricusò, ringraziando.

—Io vi doveva una risposta, disse Don Diego sedendosi: ve la porto.

—Mi portate voi la mia felicità? domandò Don Domenico.

—Forse. Perocchè il peso d'una bella donna gli è la più spaventevole delle cure, per tutt'uomo che non ha a sua disposizione gli eunuchi ed il sacco del Sultano, la Banca d'Inghilterra, od il potere illimitato dello Czar.

—Che volete voi dire?

—Questo: che io vi ringrazio dell'onore che mi avete fatto domandandomi la mano di mia sorella, cui io sono nell'impotenza di accordarvi.

—Voi me la rifiutate dunque?