Un quarto d'ora dopo e' partiva, e Bambina restò immersa nei sogni. Poi, tutto a un tratto, ella si alzò e corse nella sua camera ove Concettella si era addormentata. Bambina la mandò a coricarsi e frugò nei tiratoi del suo stipo donde cavò fuori una scatoletta cui aprì. La scatoletta conteneva una quindicina di pillole di morfina, cui ella aveva fatto comprare per darsi ogni sera un poco di sonno e cui aveva conservate. La scatoletta scomparve nella sua tasca.

Bambina si coricò e dormì.

Ella aveva preso una risoluzione.

Bambina passò la mattina del dì seguente a scrivere a lady Keith, al principe di Schwartzemberg ed a suo fratello. Era quel giorno appunto che la diligenza di Roma arrivava a Napoli ed in cui Don Diego sarebbe giunto se non si fosse fermato a S. Germano per visitare il famoso monastero di Monte Cassino. La lettera a suo fratello era la più corta. Essa spiegava in una parola la crisi che si era operata nel cuore della fanciulla e la di lei grandezza d'animo.

«Caro fratello, diceva quella lettera, Concettella ti dirà tutto ciò che è occorso. Io ho amato, in un secondo; io ho amato per qualche ora. Mi sono data a lui con estasi. Ho voluto renderlo beato; conoscere io stessa l'amore. Ma come, me vivente, i gesuiti lo avrebbero ucciso, io ho cessato di vivere, affinchè lo lascino vivere e gli perdonino. Io non potevo fare meno per lui che per te: a te l'onore, a lui la vita. A dio! in dio!»

La giornata scorse nella massima calma. Bambina mangiò, rise, scherzò, confessò il suo amore pel gesuita a Concettella, parlò di lui, fu sfrontata di curiosità femminile da far arrossire Concettella. Ella voleva piacere, dare in due ore tutto ciò che l'amore può dare in dieci anni, godere, ubbriacare, inebbriarsi ella stessa di quell'incognita che addimandisi voluttà, morire nella febbre, nel delirio nella follia.

La notte giunse. Bambina sollecitava le ore coll'ansietà.

Dalle dieci, si mise alla finestra per vedere arrivare la vettura che lo conduceva a lei. Tutto l'appartamento era vivamente illuminato, ornato di guastade di fiori. Ella si era vestita il meglio che aveva potuto e saputo, quasi che il fiore splendidissimo ed effimero del cactus grandifloris avesse avuto bisogno dei cenci di una cucitrice. Si scollacciò senza modestia, si profumò. Voleva tutto offrire, tutto mostrare, tutto dare, senza riserbo. Non si apparteneva più. E non sapeva tenersi cheta.

Alle undici, come il conte Bonvisi aveva detto che sarebbe forse giunto a quell'ora, Bambina si pose alla finestra, ed una fiamma le salì dai piedi alla testa, le scese dalla testa ai piedi. Il desiderio dell'infinito illuminava la sua serafica bellezza. Alle undici e mezzo il vico era deserto, il silenzio dovunque, i passanti rarissimi nella strada di Forcella, all'estremo dell'angiporto. I dodici colpi di mezzanotte vibrarono. Allora Bambina rientrò e chiuse la finestra. Ella mandò Concettella a coricarsi e ritornò nel salone. Un rumore lontano, una vettura che passava nella strada di Forcella, arrivò a lei. Bambina saltò in piedi, cavò fuori la scatola della sua tasca ed inghiottì una dopo l'altra le quindici o sedici pillole di morfina che conteneva. Ella respirò alla fine.

—Ho quattro o cinque ore di vita a dargli, mormorò essa—poco esperta in tossicologia—tutto a lui, tutto, tutto, tutto. Dio, mio Signore, non turbare la mia gioia con le torture della morte.