I gesuiti si trattano signorilmente:—un'eccellente minestra, quattro piatti, delle leccornie di pasticceria, un copioso e vario dessert, una bottiglia di vino squisito… cucina delicata, pranzo da gentiluomini. Il padre Piombini mangiò con appetito. Tutto era gaio, bello, delizioso per lui: aveva il sole nell'anima. Aspettava le 10 della sera. Aspettava…

Don Gabriele entrò nella chiesa del Gesù Nuovo alle 9, esatto come un petente che va dal ministro. Camminava dondolandosi, di un'aria preziosa, volteriana, sbirciando le donne, guardando i cani e gli uomini, e facendo la smorfia ai padri reverendi che dicevano la messa a parecchi altari.

—Non è codesto, biascicava desso. La parte del mio brav'uomo è quella di confessore. Una bella parte, in fe' di Dio! che io creerei a meraviglia se la polizia mi lasciasse fare. Cagna rognosa, va! Sguinzagliarsi così sull'arte! Rovistiamo dunque i confessionali. Sarà curioso insomma! Si crederà che io vada a dare un bucato alla mia permalosa (coscienza).

E' passò in rivista i confessionali. Erano tutti occupati, ma il padre
Piombini non era là.

—Benissimo! tanto meglio! e' non è ancora disceso. Andiamo al parlatorio. Sarà presto spicciata.

Andò a suonare al parlatorio. Un fratello, dall'aria dolce e compitissima, ricevè l'imbasciata, pregò don Gabriele di aspettare e salì. Un quarto d'ora dopo tornò e disse:

—Il reverendo padre Piombini è in chiesa.

—Peste sia dei monaci! gridò don Gabriele. Sono stati inventati a posta per far perder tempo alla gente. Andiamo, torniamo in chiesa. Ah!… a proposito, qual è il confessionale del padre Piombini?

—Il terzo, a destra.

—Ci sono. Grazie z-zì mo' (zio monaco). Che Dio ti mandi la tigna!