Don Gabriele sollecitò il passo e rientrò in chiesa. E' si collocò in faccia al terzo confessionale e vi vide infatti un padre rannicchiato dietro il graticcio, confessando una vecchia.
—Ci son preso, brontolò don Gabriele. Se la vecchia sciacqua la sua anima pulitamente, ella resterà lì un'ora almeno. Ed io che ho fretta. Se il diavolo le regalasse una subita dissenteria! Insomma e' sembra che il per omnia sæcula sæculorum l'intrattiene di cose divertevoli, perchè il birbo non si volta nemmeno da questa banda. Gli farei un segno allora….
Il confessore si volse. Non era il padre Piombini. Don Gabriele lo guardò con un occhio talmente carico di dispetto, che il padre lo rimarcò a volta sua, ed i loro sguardi s'incrociarono. Don Gabriele si fece ardito, ed avvicinandosi con passo precipitoso innanzi al confessionale, dimandò:
—Reverendo, io cerco del padre Piombini. Mi han detto che confessa in questa scatola; ma…
Si fermò. Il gesuita lo squadrò da capo a piedi con occhio calmo ed indifferente, poi rispose placidamente:
—Il reverendo padre Piombini è in sagrestia.
—Grazie, replicò don Gabriele. Vado infine ad acchiapparlo colà.
Nel fondo, don Gabriele era inquieto. Quell'andare e venire che faceva gli tornava alla memoria la parola piena di ansietà del gesuita di Roma, ed e' si rimproverava oramai il ritardo, l'infedeltà che messa aveva nell'esecuzione della commissione. Entrò in sagrestia. Cercò degli occhi qualcuno cui rivolgere la sua domanda. Vi era una quantità di padri che si vestivano e svestivano degli arredi sacerdotali, di ritorno dall'altare o per andarvi; poi un nugolo di frati conversi che li aiutavano. Don Gabriele ne sbirciò uno, il cui viso gli gradiva meglio, lo accostò e gli domandò:
—Fratello… come vi chiamate voi?
—Frate Colella.