Don Gabriele fuggì dalla chiesa a tutte gambe, perseguitato da una voce interna che gli gridava: Assassino! sei tu che lo hai ucciso!

Le parole del padre Buzelin, a Roma, risuonavano al suo orecchio come un'accusa. I pupazzi gli facevano oramai orrore: l'incanto d'ieri si cangiava in rimorso che non si assopirebbe mai più. Ei corse la città senza sapere ove andasse, e senza neppure rammentarsi più della lettera. Mille progetti traversarono il suo spirito, dei quali il più insistente era quello di recarsi dal prefetto di polizia e di denunciare l'omicidio. Questa idea lo fece pensare alla lettera. Egli non sapeva leggere. Ma con sagacità considerò ch'ei non poteva dare a leggere quella missiva al primo venuto e gettare così al vento un segreto di quella importanza. Gli occorreva un uomo sicuro. Rientrò allora in casa e pregò l'intendente del marchese di Tregle, uomo prudente, di leggergli la lettera.

Quell'intendente era un vecchio, antico commesso di notaro di provincia. Aprì la lettera, si pose gli occhiali, e cominciò a sbirciare la scrittura. Poi, principiò a leggere:

—Frère a-us-si tot que vo us… Cosa è codesto? È in turco la lettera. Tu vieni a mistificarmi, mariuolo. Va al diavolo.

—Ma no, don Gennarì, tutto al più la lettera può essere in francese. È un francese che l'ha scritta. Tu non comprendi dunque questa lingua, tu?

—Puff! per chi mi prendi tu dunque, pagliaccio? La lingua di Voltaire e dei giacobini! Vade retro satana! Io sono un pio cattolico e non un empio rivoluzionario come tu.

Don Gennarino gettò la lettera. Don Gabriele la raccolse, costernato. Le difficoltà aumentavano. A chi dare ad interpretare quel foglio? Egli uscì ruminando questo pensiero e cercando fra le sue conoscenze un scienziato discreto, quando un'idea spruzzò come un razzo nel suo spirito.

—Ci sono proprio! sì, diss'egli. Lady Keith è il mio uomo! Il padre Piombini la confessava. Ella è amica del marchese, del colonnello Colini, amici del gesuita di Roma. Ella sarà prudente. Ella mi darà forse un consiglio. Io vado a mandar questa lettera a lord Parmestonne. Ah gli scellerati! gli scellerati!! lo hanno assassinato.

Don Gabriele saltò in un calessino e si fece condurre al Vomero. Era l'una dopo mezzodì. In casa lady Keith egli era conosciuto: don Gabriele vi accompagnava sovente il colonnello ed il marchese. Il portinaio lo lasciò entrare. Don Gabriele dimandò della cameriera di Milady.

—Impossibile di veder madama in questo momento, disse la cameriera.