—Io vedo, sclamò Ferdinando, che se noi fossimo ancora ai tempi del marchese Tanucci e ch'e' bisognasse avere ancora delle lotte di supremazia con la Santa Sede, per la sua superiorità sul Regno, noi potremmo contare su voi. Grazie. Io amo i lottatori.

—Vostra Maestà può contare sulla mia indipendenza, rispose Don Diego con modestia. Io era napolitano ed italiano innanzi essere prete e vescovo.

—Io non gradisco quel gergo, monsignore. Indipendenza! Italiano!…. cosa è codesto? Voi siete suddito: ecco tutto.

—Sire, replicò Don Diego, ecco precisamente ciò che il pontefice mi ha detto: Voi siete suddito del capo della Chiesa avanti tutto: ricordatevi di ciò! Ebbene, come vescovo, io non sono suddito di alcuno. Io non dipendo che dalla mia coscienza.

Il re lo squadrò da capo ai piedi con uno sguardo freddo e scosse la cenere del suo sigaro. Egli aspettava forse un'attenuazione alla professione di fede del vescovo.

Questi si tacque e si restrinse ad ascoltare l'interrogatorio reale.
Ferdinando dimandò:

—Avete detto la messa, monsignore?

—No, sire.

—Siete ancora digiuno?

—Maestà, sì.