Due signori, l'uno, un vegliardo curvato ed affranto, l'altro, un giovane dagli occhiali turchini, gironzavano sulla piazza. Appena queste due persone scôrsero il conte, si avvicinarono noncurantemente al padiglione ove tenevasi il portinaio. Il conte uscì nel tempo stesso che la carrozza di Don Diego. E' fece un segno. Il vecchio ed il giovane sorrisero.
Don Diego si recò dal ministro, il quale credendolo in gran favore presso del re e fortemente appoggiato, si mostrò verso di lui molto carezzevole e quasi ossequioso. La circostanza della messa rappresentata davanti a S. M. confermò il ministro nella sua credenza. Di guisa che, uscendo, S. E. l'accompagnò fino all'anticamera, cosa inaudita!
Per un caso bizzarro, monsignor Laudisio aspettava nel salone l'udienza del ministro. Gli sguardi dei due vescovi s'incrociarono.
Monsignor Laudisio, che conosceva di già la nomina di Don Diego e la designazione spontanea del re, impallidì. Si fece violenza nonpertanto, sorrise, ed andò incontro al suo antico prete scomunicato ed interdetto. Don Diego gli tagliò il passo; lo salutò del cappello e passò oltre dicendo con un sorriso di scherno:
—Grazie, monsignore!
Don Diego non si faceva la minima illusione su i sentimenti ostili del re e sul cangiamento che subirebbero presto quelli del ministro. Ma egli non se ne preoccupava più. Ciò che aveva visto a Roma, ciò che aveva saputo sulla situazione del regno e dell'Italia, ciò che aveva appreso sullo stato d'Europa, gli davano la speranza che la crisi scoppierebbe subito. Allora, nè il ministro nè il re non sarebbero più temibili.
Da lungo tempo egli aveva accomodato il suo avvenire e carezzava il fantasma che aveva costrutto. Egli gitterebbe la sua guaina di prete come lo avevano fatto Sièyes, Fouché, Talleyrand, Chabot e tanti altri in Francia: egli si addirebbe alla politica, tuonerebbe in un giornale ed alla Camera,—perocchè egli aveva penna e parola di fuoco,—egli s'imporrebbe. Il trono episcopale era un gradino. Egli vagheggiava in questa novella vita,—la vita politica,—tutte le voluttà dell'orgoglio soddisfatto, della potenza esercitata. Egli si sentiva la tempera di rompere gli ostacoli,—perfino le reticelle invisibili che tendono i mediocri intorno alle nature superiori. Ritornò dunque in casa, deciso a recarsi nella sua diocesi il più presto possibile, onde esservi libero e sottrarsi alle vessazioni officiali.
La sua grande preoccupazione nondimanco non era nè il ministro nè il re. Che fare di Concettella? Egli l'amava. Egli l'amava tanto più adesso che la disparizione di sua sorella gli lasciava lo scorruccio e la solitudine nel cuore, il rimorso nell'anima, e che Concettella, maturata dall'amore, sviluppata dall'opulenza, illuminata dalla gioia interna, sicura dell'avvenire, elevata in una regione più siderale dello spirito e più accurata del corpo, era divenuta quasi bella ed appetitosa come il peccato. Lasciarla? giammai. Piuttosto rinunziare all'episcopato. Condurla con lui nella sua diocesi? quale scandalo! Quanti reclami di pinzoccheri, di invidiosi, di malcontenti! Eppur bisogna condurla. Maritarla al suo cameriere e prenderla in partibus? lasciarla affatto valeva meglio. E' tagliò le gomene. Abbandonò l'appartamento al vico Campanile, prese a fitto un alloggio a San Giuseppe dei Nudi, svestì Concettella della bernia disgraziata di monaca di casa e la presentò come sua sorella. Fra quindici giorni partirebbero per la Sicilia.
Tutto ciò, con l'aiuto di don Gabriele, fu sbrigato in due giorni. Il dì dopo e' dovevano recarsi ad occupare la nuova dimora, più pulita, più appropriata alla sua dignità. A Roma, egli aveva terminato il suo lavoro per il canonico Pappasugna ed aveva saldato il suo debito.
Quel canonico parve morire di gioia leggendo le splendide prediche che
Don Diego aveva composte per lui.