Una porta dell'abituro sporgeva sulla strada; un'altra, di rincontro, sul giardino: ambo si aprivano in una larga sala.
Il fumo aveva annerita questa stanza, la quale serviva nel tempo stesso di tinello, di cucina, di salone, di legnaia, di credenziera, di forno, di tutto—eccetto di camera da letto. Due altre cellucce, alle due estremità della sala, avevano questo ufficio. Due grossi alari di ferro sostenevano i ceppi del focolare dal vasto mantello ed impedivano ai tizzoni di rotolare sulla pignatta che bolliva innanzi al fuoco.
Un maiale terminava il suo pasto della sera in un angolo della sala. Esso brontolava, si avvicinava di tempo in tempo al camino ove andava a scomodare un cane steso tutto di lungo. E questo, così rimescolato da quel figliuolo viziato della casa, se gli slanciava alle orecchie, lo mordeva, e lo rimandava al suo truogolo. Un piccolo gatto grigio e macilento, mezzo cacciato nelle ceneri, sollevava allora la testa per contemplare il cattivo umore di quei signori, e spazzolava col suo zampino i suoi baffi un po' arrostiti. Alcuni polli dormivano di già, accoccolati su degli stecchi al disopra del maiale. Ai neri assiti della sala pendevano ancora qualche brani del predecessore di questo animale petulante, ma esso non vi badava, perocchè, modesto come un seminarista, non levava giammai gli occhi al cielo a mo' de' poeti e dei devoti.
Al mantello del camino restava appeso traversalmente un archibugio a pietra, sur una fila di fusi, rigonfi dal filo di canape, cui la massaia di casa destinava alla confezione delle camice, e dell'altra biancheria della famiglia. Ad un lato del camino, bilicava su tre banche attortigliate un guindolo festonato di matasse a mettere in gomitolo. Dall'altro lato, sopra una tavoletta conficcata nel muro, giacevano un breviario ingrassato e affumicato, e vari volumi, meglio appropriati: Hegel, Machiavello, Orazio, Omero in greco, Goethe, Victor Hugo, il Don Giovanni di Byron, i Conti di Hoffmann, Rabelais….
La porta sulla strada era chiusa; quella sul giardino, aperta. Di dentro, nessuno. I due abitanti della casa erano nel giardino. La porta del giardino, a vetri e cancello in su, rischiarava la sala. Una piccola finestra si apriva sul verziere, a mezza vita, ed inondava di luce il focolare.
La mediocrità al coperto dello stretto bisogno, la parsimonia coraggiosa, l'attenzione febbrile di nasconderla agli sguardi mordaci della gente della provincia, la quale addiziona le patate che mangiate, i bicchieri di vino che bevete, le lenzuola e le camice che possedete… ecco la fisonomia generale dell'abituro. Un osservatore perspicace non avrebbe guarentito che colà vi fosse dell'ordine,—il padre della ricchezza;—ma egli avrebbe constatato un sistema di vita dalle abitudini monastiche, quel tutto a posto, che talvolta è quel disordine in cui i monomani sanno rinvenirsi. L'indifferenza alle comodità traspirava da tutti i dettagli—dalle sedie in legno e del vasellame smussato, dal fumo che si librava constantemente nell'appartamento, dalle fessure delle finestre che fischiavano, dalle fanfare del vento, dai vetri rotti, dal suolo mal mattonato, dagli alari zoppi, dal candeliere di ottone ossidato di glutine verde, dalla promiscuità degli uomini e delle bestie, da tutto infine. Nulla di assolutamente necessario non mancava, tutto aveva l'aria ad un dipresso pulita, ma in tutte le cose si sarebbe potuto correggere qualche difetto che urtava la delicatezza, il comodo, il meglio. Mettete lì dentro un fanciullo che tocca a tutto, e voi avrete una dirotta.
L'ave maria suonava al convento dei cappuccini. Il tempo era grigio, ma si vedeva di lontano, dietro le montagne, quel tuono rosso che indica un buon tramonto sul mare e che promette bel giorno per l'indomani. Delle nuvole vaporose si ammonticchiavano sulla montagna e si stendevano placidamente nel cielo. Un rovaio freddo agitava l'aria, e lacerando qua e là il nugoleto, scopriva la pupilla ammiccante di una stella. Nel giorno aveva piovuto—quella specie di pioggia a metà rappresa, che non è più l'acqua e che non è ancora la neve, cui la gente della contrada addimanda acqua fradicia. I contadini ritornavano dalla campagna bagnati fino all'osso. E' si avviluppavano nei loro mantelli corti e stretti, detti cappuccio, di panno bianco sporco, il beschetto ribattuto sul volto. Portavano sul dorso la zappa e l'accetta ed un ramo di legno, mentre le loro femmine, la gonna rimboccata fino al ginocchio, senza calze, portavano sul capo la culla di un figliuolo o una manata di sterpi. I più ricchi si menavano innanzi un asino magrissimo, carico di legna raccolte alla foresta, che si vende ai borghesi per qualche soldo. I più miserabili si tiravano dietro una nidiata di bimbi e di bimbe sporchissimi, tutti rossi dalla fatica o dal freddo, carreggiando ciascuno il suo piccolo ciocco, le figliolette i piedi nudi, come la madre, i garzoncelli calzati di un pezzo di cuoio, incordato attorno alla gamba, che proteggeva la metà davanti del piede e lasciava a nudo i talloni. Li si chiama scarponi.
Tutte quelle povere genti, passando di presso al muro del giardino, salutavano umilmente il borghese che vi passeggiava, con un: Sia lodato Gesù e Maria! Ma quel borghese, distratto, il mento affondato nel petto, non rispondeva al loro saluto.
Don Diego Spani era un uomo di una quarantina d'anni, forte, alto, trascinando delle grosse scarpe con fibbia di ferro ed una cattiva giubba che gli ballocciava sul ventre. Indossava calze nere, brache di velluto di cotone, al collo un collare di cartone coperto di stoffa azzurra, orlato di bianco, un corpetto a bottoni di ferro imbrunito. La sua giacchetta di panno bleu era stata fabbricata e cucita in casa della lana filata da sua sorella. Tutto ciò era frusto, rattoppato, bruciato da qualche pezzetto di esca caduto dalla sua pipa, lercio del tabacco caduto dal suo naso, sciupato; ma non un bottone che mancasse, non uno squarcio che sbadigliasse.
Don Diego si teneva le mani in tasca e camminava lentamente, ma a passo fermo, come un uomo assorto; si dondolava come qualcuno che non guarda ove cacci il piede. Fumava una pipa di terra rossa, a tubo di canna ricurvo, o piuttosto serrava quell'infetto utensile fra i suoi denti, poichè il caminetto ne era spento.