Egli aveva la testa nuda, la parte culminante del cranio completamente calva, dal fronte all'occipite, mentre le lunghe ciocche di capelli alle tempia spaziavano al vento. Il vaiuolo aveva butterato alquanto il suo largo viso, e gli stigmati onde esso lo aveva forellato riflettevano la luce in un modo più vivo, rialzavano il tuono del colore della faccia. Egli aveva quel bruno che va sul giallo proprio dei temperamenti biliosi, il quale, nella collera, diviene livido o bianco pallore a seconda dell'intensità della passione. I muscoli del suo viso magro disegnavano delle protuberanze e dei solchi, e gli davano l'aria d'un uomo cui delle forti contenzioni dell'anima avevano devastato. Ma non bisogna confondere ciò con le macerazioni della vita ascetica nè con la consunzione della meditazione. Queste due ultime cause smungono altresì una faccia umana, rilevandone i lineamenti; ma esse le danno nel tempo stesso quel certo che di luminoso che emana dall'anima, dall'aspirazione verso l'alto dei santi e degli scienziati.
Sull'aspetto di colui che passeggiava nel giardino si delineavano passioni più umane. Vi si vedeva il riflesso di un fuoco interiore che faceva bollire il cuore prima d'infiammare il cervello. Le rughe irregolari che screpolavano la sua vasta fronte si armonizzavano con quel sembiante abbaruffato, con quelle labbra carnute, ma smorte, con dei denti acuti e giallastri, con un mento sporto in su e un naso fieramente aquilino dalle narici ovali, aperte, irritate, con delle sopracciglia aggrottate, lucenti e nere, tendenti a ravvicinarsi. Queste altere sopracciglia non temperavano punto il bagliore di due pupille piccole e nere, d'altrettanto più petulanti che erano fisse—direi quasi rapprese—sopra due globi, il cui bianco aveva del giallo di avorio con delle piccole serie rosse ed azzurre. Il tuono affoscato dell'orbita augumentava la profondità di quello sguardo di acciaio, immobile e ghiacciato come quello del tigre, una profondità iscandagliabile. L'insieme di questa testa esprimeva la violenza animale contenuta dalla volontà, degli appetiti feroci repressi dalla dignità del pensiero, l'ambizione accasciata sotto il mantello di piombo della rassegnazione—un essere abortito infine a causa degli ostacoli sociali che lo avevano retrospinto in lui stesso.
Non occorreva di vedere i residui del suo abbigliamento per indovinare che Don Diego Spani era prete.
Questo fatale carattere lo aveva afferrato nella sua morsa inesorabile e l'aveva contraffatto o fatto a suo modo.
Ciascuno dei suoi lineamenti portava le tracce di una violenza interna. Egli aveva dovuto ripiegare la larga stoffa che la natura gli aveva donata; egli aveva dovuto fare un gatto del leone. Don Diego era una mina carica a cui si era soppressa la miccia. La natura lo aveva dotato di un'attività potente, dell'ossatura fisica degli uomini di azione; il bisogno ne aveva abborracciato un prete di provincia. La sua mente poteva comprendere ed abbracciar tutto, adattarsi a tutto—perocchè essa sapeva trovar delle ragioni invincibili per giustificar tutti gli atti, anche il delitto. La sua coscienza era abituata a bazzicare le alte regioni del pensiero. In queste regioni, si sopprime Dio,—l'aria dell'anima,—come l'aria respirabile è soppressa nelle alti regioni del cielo. In queste regioni, le azioni umane hanno tutte lo stesso colore, quantunque d'intensità differente; il bene ed il male vi sono assorbiti dalla dottrina della necessità organica, dell'iniziativa umana, dell'identità universale. Questa coscienza non gli parlava più, non gli dettava alcuna regola. Don Diego obbediva unicamente alla legge sociale,—e questa legge non aveva per lui che un significato: parere!
Questa natura eminentemente attiva ed eminentemente assorbente si dibatteva nel vuoto. A quarant'anni egli era ancor puro. Egli non aveva baciato ancora neppure la fronte di sua sorella,—cherubino di diciassett'anni…. che brancolava nelle aiuole del giardino e coglieva l'insalata! Panteista, don Diego conservava tutto il decoro del prete cattolico, dal costume irreprovevole, dalle dottrine ortodosse. Attirato da un magnetismo irresistibile verso la donna, egli l'aveva fuggita, avviluppandosi in un corazza di ghiaccio e di disprezzo. Imperocchè egli sapeva che il giorno in cui avrebbe ceduto a questo celeste demonio, e' sarebbe perduto,—avendo a fare con colleghi altrettanto più rigidi quanto più erano indegni, invidiosi e sciocchi, con un vescovo di altrettanto più severo che Don Diego era senza menda su tutti i punti.
Don Diego aveva dei nemici. Il vescovo da prima, cui egli disprezzava. Poi l'arciprete, a cui aveva un dì disputato il posto e non l'aveva ottenuto a causa di una nota segreta della polizia mandata a monsignor di Policastro, il predecessore del vescovo attuale. Questo arciprete, don Baldassare Sarubi, aveva tentato di corrompere Bambina,—la sorella di don Diego,—alla confessione, per penetrare nei segreti della famiglia. Ma don Diego, nel suo severo silenzio, imponeva a quest'uomo. Senza curarsene, egli controllava le operazioni e la condotta di questo arciprete, il quale non osava nulla per paura d'aver poscia a renderne conto al suo subordinato nelle congreghe del capitolo della parrocchia.
Don Diego aveva inalzata una barriera insormontabile tra i suoi compatriotti e lui. Egli non andava al caffè come gli altri preti. Egli non giocava, perchè povero. Egli non aveva ganza, come tutti gli altri ecclesiastici,—mons. Laudisio non escluso. Egli non faceva mai visite e non riceveva alcuno in casa sua. Egli passeggiava solo, sulla strada di Calabria, lontano, ben lontano dal borgo. Egli non faceva del bene e disdegnava fare del male. Egli disprezzava gli uomini e s'incaricava poco del cielo. Non dimandava nulla, trovando tutto al di sotto della sua capacità, de' suoi desiderii, de' suoi mezzi; non manifestava alcuna ambizione avendole tutte; non lodava il governo, e se taluno de' suoi compatriotti gliene parlava, rispondeva con un sorriso grave di accuse: de deo pauca, de rege nihil! Lo si riputava carbonaro, massone, mazziniano, unitario; egli vagheggiava tout bonnement le dottrine di Saint-Just e di Robespierre, la libertà della dittatura.
Don Diego non comprendeva chiaramente che gli estremi. Era inflessibile. Lo Statuto o la Carta, come la si chiamava allora, l'eclettismo, la grazia, la misericordia, le due Camere, la confessione e l'assoluzione, la provvidenza, la forma ideale, in una parola tutto il giusto mezzo della scienza, della politica, delle belle arti, della teologia, della filosofia, della società civile—era a' suoi occhi un non senso. Tutto o niente! l'aut Cesar aut nihil del figlio di Alessandro VI: ecco la sua divisa. L'astinenza o l'orgia, l'ateismo o un dio-travicello, il rey neto o dei consoli al mese, l'aristocrazia o la plebe, la schiavitù della donna o l'amor libero al di fuori del matrimonio…, tali erano le sue credenze, la sua regola di condotta interna, pur subendo la legge inconseguente del mondo tal quale esiste. Il suo spirito non rinculava in faccia a qualsiasi abisso; la sua persona si curvava sotto il giogo sociale.
Si susurravano sul suo conto, nelle chiacchierate di provincia, le più infami, le più strane, le più assurde calunnie. Lo si credeva alchimista, amante di sua sorella, mago, fabbricatore di monete false, assassino di fanciulli e sacrilego, cospiratore, autore di libelli ingiuriosi, empio, socialista, ateo, santo che faceva dei miracoli per disannoiarsi, dotato della potenza di evocare gli spiriti, possessore di un demone famigliare, nasconditore di briganti, corruttore…. Don Diego subiva la calunnia come egli soffriva la miseria—con impazienza ma senza lamentarsi agl'impotenti, puntando il giorno, l'ora, l'occasione di uscirne, di spogliarsi del suo sordido inviluppo di larva e divenire essere alato. In che modo? quando? Giammai forse! e' si diceva. Ma egli concentrava tutte le forze ardenti della sua anima su questo punto, viveva di quest'ora di sogni.