Don Diego dissimulò a sua sorella il resultato del suo abboccamento con Don Lelio Franco, poi disse:
—Ebbene, e tu?
Bambina, tristissima, meditava non so che; era distratta e come abbattuta di fatica.
—Per me gli è un altro paio di maniche, sclamò dessa. Io ho confessato il mio confessore.
—Diavolo! leggere nell'anima di un gesuita del calibro del padre
Piombini l'è famosa. Raccontami ciò.
—Sarà difficile. Come richiamarmi a memoria le gradazioni infinite di un linguaggio, le cui bianche trasparenze avevano dei baleni sì foschi.
—Di' ad ogni modo, e lascia lì le antitesi.
—Infine, tu comprenderai forse meglio di me: io ho creduto intravvedere un mondo spaventevole.
—Insomma?
—Quando io giunsi, di già, a partir dai due abbaini graticolati, i penitenti si erano schierati intorno al confessionale in due emicicli. Io ho quasi chiuso le due branche e compiuto il mezzo cerchio, che guarniva di un doppio ordine di palafitte il casotto del confessore. Gli uni erano assisi, gli altri a ginocchio o piuttosto accoccolati. Tutti sbadigliavano più o meno, con decenza e contrizione. Vi erano parecchie femmine in toilette splendide, degli abiti neri tempestati di decorazioni, degli uniformi militari, i di cui portatori mi sembravano diabolicamente vogliosi di trovarsi altrove, giovani e vecchi, poche donne vecchie, ed io la più plebea. Gli era un salone di ministri nei giorni di ricevimento, stando a ciò che ricordo aver letto nei romanzi. Io occupava il centro di questa udienza e per conseguenza di prospetto alla porta del confessionale, in faccia al confessore. Ero quindi altresì l'ultima ad essere ricevuta, poichè il confessore alternava le sue udienze da destra a sinistra per ordine di posto. Ognuno chiaccherava più o meno al vicino, e le dame avevan molto da fare onde tener discosti i cani, i quali andavano a fiutare le loro belle vesti con delle intenzioni indiscrete.