—No, rispondeva egli. Io non ho ricevuto dagli uomini che del male. Voglio vendicarmi di loro. M'ingaggio fra i gesuiti e vado a lavorare all'opera loro!

Egli non conosceva ancora i RR. PP. e li giudicava come la gente volgare, che se ne fa stolidamente una befana.

Non già ch'ei non avesse qualche pentimento, qualche cordoglio, qualche rimpianto, durante i tre anni che mise a girare intorno al Capo a Tempeste del noviziato, esatto della regola di Sant'Ignazio. La navigazione fu difficile. Ma ciò fu tutto. Una volta trasformato nel P. Piombini, un mondo nuovo si aperse innanzi ai suoi occhi: quel mondo della notte, popolato di fantasmi e di stelle, che addimandasi il dominio delle coscienze, l'ultramontanismo, il partito cattolico, il clericalismo, il gesuitismo, di cui i profani esagerano tutto,—la profondità, l'estensione, la potenza, le tristizie, l'influenza, la capacità, l'azione, la presa sulle anime.

Il segreto della forza e della persistenza maravigliosa del gesuitismo, è semplicissimo: la Società, lungi dal soffocare, lascia lo slancio libero all'esercizio delle capacità. Segue ciascuno la sua vocazione. La Società non dimanda che ciò che ciascuno può dare col minore sforzo e con la maggiore precisione ed efficacia possibile. Ora, d'ordinario, si fa sempre bene ciò che si ama fare, e non se n'è mai stanco. I gesuiti che han tradito la Società sono rari, per la ragione che la Società diede soddisfacimento alle loro inclinazioni.

Il P. Piombini era bel parlatore, conosceva il mondo, aveva bazzicato nelle corti, era nobile, era abile nel maneggio degli uomini e degli affari. La sua parte era dunque bella e tracciata; ei se la tracciava da sè stesso: la predica e la confessione sur un gran teatro. Napoli essendo la città più considerevole d'Italia, il P. Piombini fu installato nella casa di Napoli. La Società non si mostra severa ed esigente che con i mediocri: gli uomini fuori linea vi sono padroni e la loro potenza si puntella e soffulce di tutta la forza passiva dei loro confratelli.

Il P. Piombini non avrebbe violato in nulla l'armonia generale dell'ordine, se non avesse avuto la passione fatale delle femmine. Si limitarono a raccomandargli la prudenza e lo si lasciò libero. Ora, la prudenza era facile in uno stabilimento che occupa un paio d'ettari di suolo nel cuore della città, forato di una dozzina o due di uscite secrete, un quadrato in un'isola fitta di case, in una città di un mezzo milione di abitanti, mal rischiarata la notte, con una polizia compiacente per tutto, tranne pel liberalismo, dai costumi facili e liberi, dallo spirito timorato, senza alcun organo di pubblicità, sottomessa come schiava all'autorità clericale, complice e sostegno dell'autorità reale.

Forse taluno credè riconoscere, sotto un travestimento laico, per una notte silenziosa alle ore avanzate, il padre Piombini, uscendo o entrando nei dintorni del Gesù Nuovo. Ma come assicurarlo? Ond'è che ognun si taceva o si comunicavano il sospetto dall'orecchio all'orecchio.

Quanto il resto, il reverendo padre era irriprovevole. Egli accettava la Società tale quale era. E' non trovava nulla a ringiovanire, a riformare, a rischiarare, a rilevare, a democratizzare, come il suo intimo amico, il padre Buzelin, che rappresentava la Società a Parigi. Egli era conservatore per indifferenza. Lavorava per spandere l'influenza morale della Compagnia, aumentarne la ricchezza, moltiplicarne i membri, soggiogarle la potenza laica. In parecchi negoziati, sopra tutto in occasione della famosa captazione dell'eredità del marchese Mascara e della morte dei tre ultimi eredi di costui in due mesi, il padre Piombini aveva spiegato una capacità meravigliosa. In parecchie contestazioni con la polizia e con la corte, il padre Piombini aveva ridotte le querele al silenzio, sopratutto quando si trattò di togliere ai reverendi padri la censura dei libri, perchè…. troppo liberali!

Quando il padre Piombini predicava, l'immensa chiesa del Gesù Nuovo rigurgitava di tutto ciò che la città contava di più eminente per nascita, ingegno, posizione sociale, ed egli incantava gli spettatori a causa dell'assenza completa di teologia dai suoi sermoni e dell'audacia delle sue vedute sociali. La Società brillava e dominava, mediante lo splendore di quest'uomo. Tutte le forze vive del paese si aggruppavano intorno a lei o mettevan capo in lei, non fosse che per odiarla. I gesuiti che sono i meno gelosi di tutti i monaci, s'inorgoglivano del padre Piombini, il quale, dal canto suo, riconoscente della libertà che gli si accordava, lavorava con amore per la Società, era modesto e famigliare con tutti, misuratissimo verso i capi, non brigava alcuna autorità nell'ordine, non danneggiava alcuno con lo spionaggio mutuo stabilito dalla regola di S. Ignazio, dava il suo consiglio con riserbo, non dimandava giammai spiegazioni, si mostrava pronto a tutto,—anche a credere! e si conformava anche a ciò che la sua educazione laica e filosofica gli presentava come assurdo. Il padre Piombini era hegeliano!

Ecco l'uomo a cui Bambina andava ad aprire le porte della sua coscienza.