Francesco IV era quel famoso duca di Modena che non volle giammai riconoscere Luigi Filippo, col quale aveva cospirato contro l'Austria per essere re costituzionale d'Italia. Egli aveva per consigliere intimo il famoso ministro di polizia napolitano il principe di Canosa, cui la Santa Alleanza e lo stesso re Francesco I di Napoli trovavano troppo energumeno. Francesco IV cospirò per impedire che Carlo Alberto arrivasse al trono di Piemonte. Era una mischianza burlesca di Falstaff, di Shylock, di Don Chisciotte: un bey di Tunisi clericale innestato sur un arciduca austriaco corsaro. Egli ricevè il conte Bonvisi nel suo gabinetto e lo fulminò con queste parole:

—Assassino, perchè hai tu uccisa tua moglie?

Il conte, esterrefatto, restò silenzioso un momento, poi gridò:

—Perchè io l'amava, ero geloso, ed ella mi aveva disonorato.

Il duca riflettè lungamente, poi si levò e disse:

—Dovrei farti impiccare: ma non voglio che quegl'infami carbonari abbiano a dire che il nostro partito formicola di miserabili e di briganti. Scegli dunque: o una galera a perpetuità, o il ritiro in una casa di gesuiti, portando loro in dote tutta la tua fortuna. Ti lascio ventiquattr'ore per riflettere: otto giorni per entrare al bagno o in religione.

Gli occhi di Francesco IV dardeggiavano lampi omicidi. Di un cenno della mano e' scacciò il conte Bonvisi, che si guardò bene rispondere. Si rinchiuse in casa, accorgendosi d'altronde ch'era sorvegliato da presso. Riflettè lungo tempo sulla scelta che il duca gli aveva lasciato, e si decise. Non avrebbe avuto che un varco a fare per uscir dagli Stati del duca di Modena e penetrare in Lombardia, in Toscana, in Piemonte, negli Stati del Papa o nel Parmigiano. Egli poteva facilmente deludere o comperare la sorveglianza della polizia e fuggire. Anzi gli fu proposto; la cecità della polizia era stata perfin mercanteggiata. Il conte Bonvisi rigettò codesto salvamento.

Otto giorni dopo, l'alta e bassa società di Modena ripeteva «che la grazia avendo toccato il cuore del conte Alberico Bonvisi, a causa della morte prematura di sua moglie,» egli andava a farsi gesuita e portava alla società un patrimonio di un milione e trecento mila franchi.

Si può immaginare se i RR. PP. furono contenti di questo acquisto. La fortuna entrava per qualche cosa nella loro gioia. Però il rumore della conversione, la posizione sociale, le funzioni riempite, il carattere dell'uomo, li incantavano anzitutto. Essi non ignoravano i rumori che correvano sull'assassinio della contessa, gli ordini di Francesco IV sì terribilmente motivati. Ma ciò aumentava al contrario l'importanza della presa, «ed il trionfo della religione sull'autore del male.»

Il diavolo, «l'autore del male», era desso veramente vinto? Ahimè! no. Quando la madre del conte Alberico impegnava suo figlio, con le lagrime agli occhi, a fuggire ed andare ad attendere in uno Stato vicino la revoca del decreto ducale.