Giovanissimo, aveva sposato una damigella più attempata di lui, ma di una bellezza meravigliosa. La madre della giovinetta era una camerista tedesca della duchessa di Modena, ed il padre era, susurravasi, una società anonima di cui Francesco IV passava per gerente responsabile. La fidanzata portò in dote il brevetto che nominava il conte Bonvisi ministro del duca a Vienna.
La civetteria è la compagna indivisibile della bellezza. L'onestà si guizza talvolta nel corteggio di questa regina per diritto divino, ma vi occupa di rado il primo posto. La contessa Bonvisi, partendo per l'Austria, obbliò di farla imbaulare, codesta onestà, nei suoi bagagli. Ond'è che ella ebbe alla Corte e nella città buon numero di avventure, e fece scandalo, anche accosto dell'arciduchessa Sofia.
Per isventura, il conte Alberico amava sua moglie, ed era geloso.
Provò di correggerla e di non più amarla. Non riescì.
I successi inebriarono la contessa e la resero audace. Ella disputò all'arciduchessa il duca di Reichstadt ed il barone Jellachich. L'arciduchessa s'irritò e ottenne di non più fare invitare il ministro del duca di Modena al burg. Il cordoglio del Conte Alberico non ebbe più limiti. Cadde ammalato.
Il suo medico era un amico, un olandese, a cui il conte Alberico non celava le sue miserie. Ebbero anzi parecchi colloqui su questo soggetto, non senza profitto. Il conte raddoppiò di poi il suo affetto per la moglie. Egli fu indulgente; ella cessò di cacciare nelle riserve arciducali. L'accordo si stabilì sur un equilibrio di gherminelle permesse al marito e di gherminelle tollerate nella moglie, come una necessità di posizione. E tutto andava pel meglio, quando il rumore si sparse che la contessa Bonvisi era tocca da una malattia di petto complicata da una bronchite. L'amore del conte sembrava più violento che mai. Egli vegliava tutte le notti sulla sua donna, respingendo qualunque aiuto straniero per un così sacro ufficio. L'era commoventissimo. Tutta Vienna ne parlava. La contessa prometteva a suo marito una riforma sincera e riconoscente, se guariva. Ma, una notte, una circostanza la colpì.
Era assopita. Il conte la credette addormentata. Il piccolo rumore di una carticina gualcita le fece aprire gli occhi. La contessa vide suo marito disuggellare una cartellina, versare sulla pezzuola di batista una polvere di cui ella non distinse il colore, avvicinarsi al letto e presentare la pezzuola alla bocca di lei. Respirando ella doveva aspirar naturalmente la polvere stessa sul mocicchino. Era la prima volta che suo marito si addiceva a quella manovra medica? La contessa nol sapeva. Per questa volta, la si contentò di fingere di dormire e di voltarsi dall'altra banda. Ma l'indomani ella scriveva a sua madre: «Vieni, ho paura di essere stata avvelenata.» L'ex-camerista mostrò la lettera di sua figlia al duca. Il duca consultò in termini vaghi il suo medico, il quale, dopo aver preso contezza dei sintomi della malattia, rispose:
—Altezza serenissima, la malattia sulla quale mi fate l'onore di consultarmi può essere naturale e può essere inoculata. Nei due casi, essa è mortale. Le cause della malattia naturale sono numerose; ma Vostra Altezza non mi sembra disposta a subire una lezione di nosologia, e per conseguenza mi astengo dal noverarle. Le cause extranaturali sono dovute tutte all'avvelenamento. Parecchi tossici possono dare la bronchite e la tisi: sostanze gassose, minerali, vegetali. I Malesi ne hanno una terribile, comune, difficile a constatare, di un effetto sicuro. Il pelo corto e nero che avviluppa il nodo del bambù verde produce la corizza cronica, la bronchite o la tisi, secondo che lo si alloga nelle fosse naturali, nei bronchi nei polmoni.
—Sta bene, disse il duca. Silenzio su questo consulto.
Il dì seguente la madre della contessa Bonvisi partì per Vienna.
Quindici giorni dopo il suo arrivo, sua figlia era morta.
Il conte Alberico fu richiamato.