—Allora, voi mi mandate via senza altro?

—Ma!

—E non mi accordate neppure ventiquattro ore per riflettere?

—Oh! eccovi là, signore abbate. Ci siamo, sclamò Don Lelio con tuono severo, alzandosi da sedere. Quando non si rigetta un'infamia come quella che io vi propongo, con uno slancio d'indignazione, quando si cerca di riflettere, si vuole transigere. Transigere gli è tradire. Addio. Ci siamo compresi. Vi farò grazia di tacere questa conversazione ai nostri amici, perchè siete un disperato. Dite che il salario ch'io vi aveva offerto è troppo smilzo e che avete rifiutato il posto. Non vi smentirò, perchè non so fare il male. Venite a dire delle messe alla nostra chiesa, che abbiate o no il pastor bonus del vostro vescovo. Vi raccomanderò al parroco.

Don Diego uscì di casa Franco la testa giù, l'anima all'agonia, confuso, rimpicciolito ai suoi propri occhi. E' si sentì preso alla trappola da un miserabile che non avendolo potuto reclutare per la polizia, vedendosi smascherato, provava a farlo passare per un uomo pronto a capitolare. Questa evoluzione lo stordiva. Egli toccava con mano la sua inferiorità morale nel male. Quello spione l'aveva richiamato alla probità ed ai principii, accordandogli il suo silenzio come un atto di magnanimità onde assicurarsi del suo silenzio, di lui, Don Diego, verso il barone di Sanza. Egli rientrò col lutto nel cuore.

Bambina era già di ritorno dalla chiesa del Gesù Nuovo.

VII.

Come il P. Piombini confessava le giovinette.

Il Padre Piombini era stato nel mondo il conte Alberico Bonvisi.

La sua famiglia era di una buona nobiltà: aveva avuto dei cardinali, dei grandi uffiziali al servizio della Spagna, parecchi vescovi. Suo padre aveva servito nell'esercito del principe Eugenio, vicerè d'Italia, e lui, Alberico, aveva rappresentato il duca di Modena presso la Corte di Vienna. Una catastrofe aveva provocato la sua ritirata forzata dal mondo e la sua vocazione obbligata di entrare nella Compagnia di Gesù.