Monsignor Cocle aveva tre domicili. Il domicilio di ostentazione, nel suo convento, a San Pasquale ad Aram a l'Infrascata, perchè egli era zoccolante. Il domicilio utile, alla Corte, perchè egli era confessore del re. Ed il suo Parc-aux cerfs, in casa di Lusetta, perchè egli era uomo e cappuccino. Quando cenava e passava la notte con la sua ganza, egli diceva alla Corte che andava a raccogliersi e meditare al convento, ed al convento, che dormiva alla Corte. La notte precedente però egli aveva realmente dormito nel suo bel nido al monistero, ed il mattino, dalle sette, si era recato a Palazzo.
Ferdinando II di Napoli non poteva far manco di due cose, e perciò le voleva sempre alla portata della sua voce: il boia ed il confessore. E' non usava molto del primo, checchè se ne sia detto. Ma e' faceva un consumo spaventevole del secondo. Doveva presiedere al consiglio? eccolo dapprima ai piedi del confessore. Doveva passare una rivista?—perchè egli era un gran capitano di riviste,—e' vi si preparava colla confessione. Doveva recarsi al teatro? ei domandava dapprima perdono a Dio del peccato necessario cui andava a commettere. Andava a pranzo? ei prendeva un centellino di confessione come vermuth. Voleva abbracciare la regina? si metteva in lena con un atto di contrizione. Si purgava? compieva i doveri sacri della toilette? divideva i profitti delle ladrerie con i suoi ministri? misurava un paio di brache nuove,—ciò che non gli succedeva spesso? scappellottava i bimbi?… la confessione, sempre la confessione, la preghiera, i sette salmi penitenziali, prima o dopo. Il confessore era il suo Spirito-Santo, il suo uomo per ogni bisogna. E' lo alloggiava dunque presso di sè, onde non far languire il regno…. e la regina. La sera però, quando questo confessore aveva rilasciato al re il suo permesso di abbracciare, e' cavava fuori non so che pretesti di divozione per rientrare in convento e guizzarsi in casa di Lusetta.
L'ex cappuccino non capiva gran che intorno ai comodi ed allo splendore di un domicilio. Malgrado ciò, il re albergava realmente il suo spirituale decrotteur, il solo istrumento ch'egli avesse di reale, dopo la mannaia,—lui così spilorcio!
Se avete letto in mastro Rabelais il ritratto di fra Gianni degli Entommeurs,—salvo il coraggio,—voi avrete il ritratto di fra Bartolomeo Cocle, vescovo di Patrasso: «giovane,—quarantacinque anni circa,—galante, fresco, svelto, forte di mano, ardito, avventuroso, deliberato, alto, magro, ben fesso di bocca, ben avvantaggiato in naso, gran disbrigatore di salmi, grande sbarazzatore di messe, bel nettatore di vigilie: per tutto dire sommariamente, vero monaco se unqua ne fu, dopo che il mondo monacante monacò delle monacherie: del resto chierico sino ai denti in materia di breviario.»¹
¹ «Juenne, galant, frisque, dehait, bien à dextré, hardi, adventureux, dèlibérè, hault, maigre, bien fendu de gueule, bien advantagé en nez, beau déspecheur d'heures, beau disbrideur de messes, beau déscroteur de vigiles; pour tout dire sommairement, vrai moine si onques en fut, depuis que le monde moinant moina des moineries; au reste, clerc jusques és dents en matiére de breviaire.» RABELAIS.
Il suo colorito rubicondo, la sua barba nera, i suoi occhi a fior di testa, le sue labbra a cercine, il suo doppio mento, le larghe narici, i bianchi denti, il comodo adipe, il pelame arruffato e nero, indicavano bene che la natura aveva tagliato quest'uomo e lo aveva destinato ab eterno ad essere zoccolante e confessore di re. Appetiti formidabili, scrupoli smilzissimi, desiderii irresistibili, organi poderosi, stoffa da corazziere sciupata in tonaca, tonaca portata da tagliacantone, croce di vescovo a mo' di bandoliera…. ecco mons. Cocle. Con ciò, vernice di corte, potenza di volontà per domare le sue inclinazioni, voce resa dolce dal volere, l'olio episcopale per rendere scorrevoli gli incastri e le ruote di questo ordigno di ferro, ipocrisia rappresentata con maestria.
Questo aspetto marziale ed apostolico aveva sedotto un re marziale e devoto. Monsignor Cocle faceva il ménage della coscienza reale con magnanimità: egli metteva il re sempre a suo comodo con Dio. Ferdinando II non domandava altro. Conosceva egli la pratica del suo confessore con Lusetta? Io penso che sì; ma «passatemi la sena ed io vi passo il rabbarbaro.»
Mons. Cocle terminava il suo asciolvere quando il suo amico ed associato Don Domenico Taffa fu introdotto da lui. Erano della medesima provincia e terra, si conoscevano dacchè il vescovo non era che semplice novizio, ed il capo di dipartimento un povero soprannumero con cinquanta lire l'anno per tutto soldo. Don Domenico piegò il ginocchio innanzi al vescovo e gli baciò la mano. Si principiava sempre così.
—Pigli caffè, don Dumi! domandò monsignore levandosi da tavola ed entrando nel salone.
—Ringrazio V. Ecc. Rev.ma. Ho preso or ora un cioccolatte abbominevole che mi strangola ancora. Il mondo va a tutti i diavoli. Oggidì, non è più possibile di essere ben servito che al monistero.