—Il mio destino è nelle mani di Dio. E' non mi resta che lui. Un giorno io ebbi forse l'ingenuità di sognare che un altro se ne sarebbe incaricato. Ho abbandonato quel delirio. Noi lottiamo tutti per nostro proprio conto.

—Se è un rimprovero che m'indirizzate, signorina, io temo forte ch'esso non sia ingiusto. Tra i sentimenti che noi proviamo, veri, profondi, santi, ed il soddisfacimento che possiamo dar loro, si frappone il mondo con le sue esigenze, le sue regole e le sue convenienze. Tiberio esiste sempre, ma egli è subordinato al barone di Sanza ed alla società che lo attornia. Ve lo confesso in tutta sincerità: io non ho trovato sul mio cammino della vita alcuna giovinetta più bella, più pura di voi. Nessuna delle fanciulle che ho strette sul mio cuore al ballo, a cui ho indirizzato una parola in società, non m'ha tocco più di voi. Io non amerò forse giammai una donna, poichè non ne incontro alcuna che vi rassomigli. Ma io sarò forse obbligato di rinunziare alla felicità che ha incantati tanti giorni della mia vita.

—Voi mi renderete giustizia, almeno, sclamò Bambina, che io non ho nulla fatto nè per darvi nè per togliervi codesta felicità.

—Io vi rendo questa giustizia. Voi non siete nè civetta nè ambiziosa. La fantasia può esaltarvi; ma voi ignorate il calcolo. Voi non avete dunque nulla a rimproverarvi, e voi non mi rimprovererete nulla, voglio lusingarmi con questa speranza, quando saprete la situazione precaria in cui vivo, in cui parecchi fra noi vivono. Io sono impegnato in una mischia terribile, nella quale giuoco tutto, fortuna, avvenire, vita e felicità. Io non mi appartengo più. Che io esiti solamente e sono disonorato. Qualunque distrazione è un tradimento. Posso io, di' Bambina, Bambina dei giorni raggianti della nostra infanzia, posso io caricarmi dei destini di una donna, nel cratere di questo vulcano? Io non aggiungo altro. Ho forse il torto di averne già troppo detto. Ciò che succederà all'indomani del trionfo o all'indomani della dirotta, Dio solo lo sa. Ma dirotta o trionfo che la sorte ci appresti, un abisso ci separa. Tu non puoi essere nè la moglie di un forzato, nè quella d'un ambasciatore.

—Perchè no, la moglie di un forzato? replicò Bambina.

—Perchè ti offrirebbero la vita, la libertà dì tuo marito in cambio del tuo onore, e che tu l'ameresti troppo per non trovarne il cambio esorbitante.

Seguì un momento di silenzio. Bambina intravide un altro aspetto della vita. Ella non osò quindi domandare: Perchè no la moglie di un ambasciadore, poichè ambasciadore vi è? Rispose invece in tuono umile:

—Io mi rassegno; e non è un merito, avendo mai sempre sperato sì poco. Solamente, ve ne scongiuro, non mi lasciate nel vago. Voi avete accusato mio fratello e l'uomo che domanda sposarmi. Formulate le vostre accuse. Io debbo pigliare un partito.

—Ebbene, non precipitate nulla. Gli avvenimenti incalzano ed essi vi rischiareranno. Quel Don Domenico Taffa è un miserabile senza dubbio. Ma egli vi ha vista; perchè non si sarebbe egli violentemente acceso di voi poichè altri lo furono?

—Infatti! sclamò Bambina sorridendo con amarezza.