La primavera è la stagione più dura e pericolosa: le nevi ed i ghiacci cominciano a fondere. Le paludi sono unʼimboscata ad ogni passo; perocchè non si può penetrare neppur nelle foreste, senza sprofondare in un suolo mobile ed acquitrinoso, talvolta fino al petto. Non si mangia allora che le bacche raccolte: lʼairella rossa, la camerina nera (empetrum nigrum), il lampone rosso, lʼuva orsina ed il frutto della rosa canina. Nei due mesi di state, il sole occupa il cielo in permanenza, ed allora la prateria sboccia a vista, il grano nasce, matura, ed è raccolto; il ricolto dei fieni si opera a furia onde approvvigionare gli stabî del magro pasto dei bestiami e dei cavalli per otto mesi dellʼanno.

Io mʼebbi queste ed altre cognizioni dai nostri compatriotti, confinati nelle selve paludose della Lena. Da tutto quanto appresi, da quanto vidi, mi formai il criterio dellʼepoca che avevo a scegliere e della strada a battere nella mia fuga. Ottenni dal generale il permesso di cacciare, e mi servii dei suoi fucili. Io aveva comperato a Yrkutsk secretamente, prima di partire, due revolver ed una carabina a due canne: ciò che aveva aperta una bella breccia nel mio tesoro. Ma, siccome queste armi dovevano essere lʼistrumento di mia salvezza, così io le tenni preziosamente celate, e le custodii con amore.

Feci, durante lʼinverno, parecchie escursioni, accompagnato altresì due o tre volte dalla signorina Alice e da un manipolo di Cosacchi. Partivo in slitta a cavalli, e restavo fino a tre giorni assente. Volevo abituare il generale a non vedermi per parecchi giorni. Raddoppiavo poi di zelo per compensare il tempo perduto. Io passava le mie sere in casa sua, e vi portavo la gaiezza con la musica, le caricature, le sciarade in azione che improvvisavamo, le partite di scacchi o di picchetto. Il generale mi trattava con affabilità, ma io non obbliai giammai che io era un forzato, onde non farmelo ricordare, se per avventura mi permettessi o lasciassi prendere un poʼ di dimestichezza. Il contegno dalla mia parte gli imponeva rispetto. Organizzammo perfino qualche balletto, quantunque le signore non fossero numerose a Jakutsk. La siberienne, al suono del gausli, specie di salterio, ci mise sovente in vena di cancan. Ma io non condussi giammai Cesara con me. Chi avrebbe creduto chʼessa non mi fosse altro che una sorella? La feci passare per tisicuzza, onde giustificare il suo ritiro. Io divenni dunque indispensabile pel generale e per le sue figlie; troppo forse, perchè lʼuno e le altre mi pigliavano il tempo di cui io avevo mestieri per lavorare ai miei apparecchi.

Non potendo più evadermi questo anno, io aveva aggiornata la nostra partenza al mese di novembre 1865: in novembre, perocchè, tutto calcolato, lʼinverno eliminava gli ostacoli insormontabili. A quellʼepoca dellʼanno, gli stagni, i fiumi sono gelati; le foglie degli alberi nelle foreste sono cadute, e tutto il paese è divenuto una strada. Io poteva allora correr dritto dinanzi a me, senza seguire i tragitti governativi. Potevo risparmiarmi di passare per le case di rifugio, le stazioni, ed evitare sopra tutto gli ostrogs—posti di Cosacchi disseminati nella contrada, piccole fortezze perdute in mezzo alle nevi—senza parlare degli altri agenti della polizia russa, pronti sempre a dimandar passaporti ed estorcere mancie. Il mio solo nemico serio oggimai era il Russo officiale, od il suo cane, il Cosacco.

In seguito ai ragguagli più minuti raccolti, io vedeva aprirsi innanzi a me due vie: discendere la Lena fino alla foce dellʼAldan, rimontar questo fiume fino alla foce dellʼUtsciur, risalire questo corso di acqua fino alla sua sorgente, varcare i monti Stanovoi e recarmi ad Udskoi, alle sponde del mare di Okhosk, per trovarvi una nave europea; ovvero tirar dritto, a traverso i deserti di neve e di ghiaccio, i boschi e le tribù dei Jakuti, dei Tsciuvani, degli Jukaghiri, dei feroci Tsciuktscias, e raggiungere il golfo di Andyr, nel mare di Behring. La prima strada era la più corta, la più facile, la meno pericolosa; imperciocchè, quantunque il letto dei fiumi gelati fosse soppannato di un materasso formidabile di neve, una slitta poco carica, tirata da tre renne, poteva bene o male trionfare di tutte queste difficoltà. Non pertanto, io mi decisi per la via a traverso le steppe ed a recarmi allo stretto di Behring. I porti sul mare di Okhotsk sono frequentati da bastimenti da guerra russi, sopratutto da qualche anno in qua; il commercio in questi porti è praticato dal cabotaggio russo e dalla Compagnia russo-americana, ed il naviglio europeo ed americano bazzica piuttosto i porti del Kamtsciatka. I posti dei Cosacchi sono più numerosi tra Yakutsk ed Udskoi od Ayan, che tra Yakutsk ed il capo Orientale od il capo Navarino nello stretto di Behring. Questa risoluzione irrevocabilmente presa, mi misi allʼopera.

Io aveva reso qualche servigio ad un tal signor Jodelle, vedovo poco desolato di una modista parigina, venuta da Mosca e morta a Jakutsk. Il signor Jodelle si diceva repubblicano, come tutti i commessi viaggiatori che fanno cattivi affari, ma eʼ sobillava ciò dallʼorecchio allʼorecchio, e non favoriva mai i Russi della confessione dei suoi principii politici. Egli continuava a fabbricare cappellini da donna con delle modiste Jakute, ma fabbricava sopratutto dello Sciampagna, che spumava e schioppettava, col succhio fresco della betulla; ei comperava pellicce, vendeva degli oggetti di vetro e del thè a pani, insegnava la mazurka ed i lanciers e perfino gli sgambetti di Chicard, commetteva dei calembours, e componeva le liste dei desinari. Al postutto, bravo uomo, discreto, odiante i Russi, e felice di render servigio alle persone, fossero desse perfino Cosacchi.

Mi era indispensabile avere un complice per certe compere, che, fatte da me, avrebbero destato sospetti sulle mie intenzioni. Io risolsi confidarmi ad un uomo che mi sembrava incapace di tradimento, e che, anche scoverto, il governatore non poteva far morire sotto lo Knut. Aiutato da Jodelle e da Cesara, i miei preparativi avanzarono bellamente. Durante lunghe sere dʼinverno, che non passai dal governatore, mi costrussi una slitta leggera, una specie di barella ad angolo ottuso, ove due persone potevano restare coricate in tutta la loro lunghezza, avente una predella ed una cassa. Io la foderai accuratamente di pelli dʼorso e di cuscini di piume, e vi adattai un mantice e delle bandinelle di pelle di renna. Quanto a me, un abito di forte rascia sotto un astuccio di pelle di renna che mi copriva dalla testa ai piedi, a moʼ dei Jakuti, un chest-protector di pelle di volpe sul petto, una specie di pelliccia, un berretto a pelo, bastavano, credeva io, per preservarmi contro un freddo di 50 gradi. Poi, dei grossi guanti, due paia di usatti di pelle di lepre dentro lunghi stivali tuffati essi stessi entro dei chiravar di pelle di orso, compievano lʼabbigliamento.

Cesara cucì per lei tre vestiti di flanella, sovrapposti lʼuno allʼaltro, adattati alla pelle; su questa epidermide di flanella una camicia di pelle di renna col pelo dentro, tinta a rosso con la corteccia dellʼontano; un abito di pelle di volpe sotto un altro di pelle dʼorso camosciata, col pelo dentro anchʼessa: sopra tutto ciò due pellicce. Coricata nella slitta, imbacuccata così, coverta di pelle dʼorso, Cesara poteva sfidare i freddi polari i più selvaggi. Ciò era lʼessenziale. Se trovavamo per via delle yurte dʼindigeni, potevamo poi dimandar loro un ricovero per le ore di riposo; se le yurte mancavano, la si sarebbe restata coricata nella slitta, guarentita contro tutte le intemperie, o sotto la pologue—piccola tenda in pelle di renna di due metri quadrati sopra tre di altezza, che io avvolsi ed allogai nella slitta. Mettemmo nella cassa, sotto il letto del veicolo, due abiti di state. Lʼestate precedente avevamo avuto un caldo di 34 gradi Réaumur.

Io aveva le mie armi: due revolver ed una carabina a due colpi, vale a dire dodici colpi, dodici vite, prima di esser obbligati a ricaricare. Cesara tirava la pistola altrettanto bene che io stesso. Con ciò, 470 cartuccie. Siccome la cacciagione e la carne non costavano quasi nulla la state, così Cesara aveva preparato una trentina di kilogrammi di pemmican, o estratto di carne, ciò che, da solo, avrebbe bastato per nudrirci quattro mesi; poi una quantità sufficiente di carne e pesce secco. Io non poteva caricare la slitta al di là di 350 kilogrammi, perchè le renne non trascinano un forte peso. Ebbi dunque a rinunziare ad una buona provvigione di acquavite. Presi un poʼ di farina, del sale, del biscotto, del tabacco, e sopratutto del thè. Poi due accette, una sega, un laccio, una rete, due coltellacci, un calderino, uno spiedo, una marmitta, una lamina di rame per collocarla sulla neve ed accendervi su il fuoco, ed altri minuti oggetti.