—Comperatevi il pane, almeno per tre giorni.

—Non occorre, padrone: io non mangio che ogni quattro giorni, e ancora! Il pane ci caricherebbe, e la slitta è già troppo pesante per le nostre bestie. La corteccia del larice non manca lungo la via, e dessa è eccellente.

—Io pure la penso così; ma ho qui un giovane fratello che non è mica altrettanto ruminante. Nondimeno, se ciò fa peso...

—Sì, la nostra corsa ne sarebbe rallentata... Avremo molte, molte montagne a scalare. Andiamo, colla grazia di Dio!

Io strinsi la mano a Jodelle, che mi parve assai commosso, e partimmo.

I primi giorni passarono a meraviglia. Cʼintromettemmo per una cinquantina di verste nellʼinterno della contrada, poi cominciammo a seguire, a questa distanza, la direzione parallela al punto cui miravo. Non ombra di strada. Dei piccoli sentieri, talvolta praticati attraverso lagune, foreste, steppe, cavati da macchie spesse e chiuse, colline e montagne erte.... e ciò fino al letto dellʼAnadyr—cinquemila chilometri! Incontrammo qualche ulus, o gruppo di cinque o sei case di Jakuti, spalmate di terra grassa; e se il sole ci salutava di un sorriso, la pietra speculare o il pezzo di ghiaccio delle loro finestre fiammeggiava come lamina di diamante. Il paese si sviluppa per un seguito di pianure e di colline alberate, di piccole vallate, ove la state scorrono chiari ruscelli. Tutto era bianco adesso: solo di qua e di là un ciuffo di larici o di pini. Entrammo in una pianura seminata di piccoli laghi, e ne costeggiammo uno di forma ovale, il Sibeli.

Al di là del lago, appoggiando al sud, procedendo sempre verso lʼest, incontrammo come un deserto: rare yurte a destra, montagne separate da valli paludose di forma ondulata. Raggiungemmo presto il Bongo, un fiume che si getta nellʼAldane; ne seguimmo il letto, e, tre giorni dopo la nostra partenza, eravamo sulla sponda di questo fiume. Non volli prendere alcun riposo fin qui. Tiravamo dritto, passando su campi, fiumi, stagni, come sopra una strada liscia, quando le ripe dei corsi di acqua, troppo alte, non ci obbligavano a piccole svolte per scalarle. Non volli entrare in alcuna abitazione umana. Avevo detto che partivo per la caccia. Avevo dunque tre giorni di respiro, prima che il governatore si accorgesse della mia fuga ed ordinasse dʼinseguirmi. Bisognava quindi fargli perdere la mia traccia.

Voi avete visto certamente una renna, in qualche giardino zoologico, o in qualche museo di storia naturale. Essa rassomiglia un poco al daino, avendo il muso, il piede e la taglia di un vitello. Essa ha le corna come quelle del cervo, palmate in cima; il pelo baio chiaro, talvolta bianco e brizzolato. Nulla di più elegante che il suo andare. La rapidità della sua corsa è favolosa; al contrario dellʼalce, essa vola sugli strati più sottili di neve senza affondare. Discesa o salita, nulla arresta o rallenta la sua corsa. Messa sopra una direzione, essa trova la sua via, senza aver mestieri di esser guidata o condotta. Essa si affeziona allʼuomo, di cui è la vera provvidenza, un benefattore in quelle contrade ed in quei climi. Quando la renna è stanca, o quando ha fame, si ferma. La si scapola. Essa va a disotterrare sotto la neve e pascere un poʼ di lichene come può; e quando si è riposata e nudrita, viene a prendere spontaneamente la coreggia della slitta. Coraggiosa al lavoro, la renna percorre da trenta a quaranta chilometri di un sol fiato; poi si corica un istante sulla neve, ed un quarto di ora dopo riprende il suo volo di rondine. La sua carne è squisita, sopra tutto la lingua; la sua pelle è preziosa a mille usi.

Mentre le nostre renne andavano a disotterrare il loro nutrimento, noi cacciavamo un istante. Cesara alimentava il fuoco, che avevamo acceso, faceva bollire il calderino pieno di neve, e preparava, col thè, la farina ed un poʼ di sale, una densa polenta. Se la caccia era stata prospera, aggiungevamo al nostro desinare un arrosto; se ritornavamo a secco, ciò che non succedeva di rado, il pesce e la carne secca apparivano sul tappeto di neve che ci serviva di tovaglia. Cesara dormiva nella slitta. Io riposavo a fianco a lei un paio di ore. Metek non conosceva queste umane debolezze; tutto al più, ei sonnecchiava un quarto dʼora ogni due giorni, un occhio chiuso ed uno aperto. La neve rifletteva, la notte, un crepuscolo scialbo, che ci permetteva di viaggiare, se il tempo era calmo, il cielo sereno. Incontrammo qualche povero cacciatore col suo cane, e di tempo in tempo, un lupo o due, che ci vedevano passare malinconicamente, non sentendosi tanto forti da attaccarci. Il freddo, quantunque a 28 gradi, non cʼincomodava ancora.