A partir dal terzo giorno, io cominciai a respirare più liberamente. Avevo qualche centinaio di verste di vantaggio sui cani dello Czar.

La quarta notte profittammo del ricovero di una yurta di cacciatore. Nevicava così forte, così fitto, che non vedevamo dalla predella la prima renna del nostro tiro. La yurta era orribilmente sudicia e miserabile. I cinque individui, che lʼabitavano, portavano il vestito di pelle di montone assai frusto. Un buon fuoco però scintillava nel mezzo della yurta ripiena di fumo. In un vaso bollivano dei pezzi di argali e qualche kavaky. Si mescolò al brodo un poʼ di scorza di larice grattato. Metek scelse nel mucchio della cacciagione cruda del nostro ospite una cicogna bianca magrissima, la spiumò, e la mise allo spiedo, che cavò dalla nostra slitta. Cenammo. Cesara preferì coricarsi nella slitta: lʼaria del tugurio le parve insopportabile. Metek sorvegliò le renne. Il cacciatore ci disse che vi erano molti lupi e qualche orso nelle vicinanze.

Allʼindomani, comprai il resto della cacciagione del mio ospite, e partimmo. Metek aveva dormito tre ore. Le renne si erano riposate una notte intera. Cesara aveva avuto freddo. Risalimmo il corso dellʼAldane.

Le sponde di questo fiume, alte ed incassate, ci mettevano al coverto dal vento violento, che soffiava da due giorni. Quando le renne sembravano stanche della spessa neve gelata sulla quale scorrevamo, noi profittavamo di un ribasso degli argini per uscire nel piano. Le renne pascevano; noi addossavamo il pologue a tre pertiche legate alla cima, facevamo un buon fuoco e la cucina. I boschetti di larice, di salice, dʼalberella, che corrono lungo le sponde dellʼAldane, si urtavano sotto i buffi dellʼuragano. Metek cacciava o fumava il suo ganzi, una specie di pipa cortissima.

Lasciando lʼAldane, risalimmo la Khandugask fino alla sua sorgente, a traverso una doppia fila di scogli. Poi incontrammo un sentiero difficilissimo, in mezzo ad un seguito di alture, tra due catene di monti. Il corso delle riviere, andando allʼinsù, era particolarmente arduo e talvolta pericoloso. Eravamo sovente obbligati a metter piede a terra ed ajutare le renne a tirar su la slitta, nei siti delle cascate. Talvolta uscivamo dal letto del fiume, e seguivamo quella delle sue rive che presentava minori ostacoli. Talʼaltra, a piè della montagna ove il fiume prende la sua sorgente, noi lo lasciavamo, e seguivamo la valle che la contorna. La discesa di queste montagne pietrose era sopra tutto perigliosa. Qualche fiata, la metà della slitta sorpiombava ad un precipizio, mentre che, aggruppati allʼaltra metà, noi ne equilibravamo il peso, e le renne spossate la tiravano.

Dopo aver varcato, a mezza costa, la montagna ove la Khandugask nasce, sboccammo in una specie di valle seminata di alture. A destra si prolungava una cortina di alti monti nudi, a sinistra la catena delle Alpi, che separa il sistema di acque della Jana da quelle dellʼIndighirka. Quelle alture, di cui rasentavamo la base, erano coperte di pini, di abeti, di betulle, che trattenevano la neve dei precipizi; sui versanti pietrosi crescevano il cedro nano, ed i cespi di rododendron. La selvaggina non abbondava, a causa dellʼintensissimo freddo.

Appena avevamo spiegato il nostro pologue ed acceso un allegro fuoco, noi uscivamo fuori del letto del fiume, e due ore dopo ritornavamo con una volpe e un meschino gruppetto di magrissimi galli di montagna. La cena era gaia. Il thè caldo sgelavaci, mentre che Metek trovava la sua delizia in una bocconata di tabacco. Ma io mi accorgeva con inquietudine che le nostre renne erano stanche e sopratutto incomodate dal freddo. Eravamo già al principio di dicembre. La corna dei piedi delle nostre bestie si screpolava. Metek fece loro delle galosce col cuore raddoppiato di un lupo che avevamo ucciso il dì innanzi. Cesara non poteva più fiatare, senza fortemente tossire. Il tempo divenne crudissimo. Metek non se ne avvedeva neppure; egli cantava, con voce stridente, un lagno malinconico, che sembrava rianimare le renne:

«Dimmi, piccola colomba,—Dimmi colomba dalla piuma nera:—Ove hai tu incontrato coloro che sono iti dalla parte del mare?—Io li ho incontrati sulla vasta spiaggia, sui fiotti,—Sulle bianche torose[3] dellʼOceano.—Gli è là chʼessi hanno scoverto una bellʼisola!—Gentile colomba, riprendi il tuo volo, e dirigiti verso il mare turchino,—Per dire al mio amante—Che tu hai visto la sua amica versare lagrime amare».