Arrivava in tempo per liberare sua sorella, così bella poco dianzi, e ora così atrocemente e spaventevolmente mutilata. Ma non arrivava in tempo per salvarla.

La scomparsa del colonnello aveva dato lʼallarme. La nostra partenza, lʼarrivo dello zio destarono dei sospetti. Si cercava già da pertutto il conte di Schaffner. Il giudice del circondario si presentò per fare una visita nella nostra casa, come aveva fatto in altre. La vista di mia madre, le grida soffocate che uscivano dal sotterraneo denunziarono lʼopera del padre mio. Occorre dir altro? Tre mesi dopo, quella disgraziata donna era appiccata; mio zio posto in una segreta; la casa, lʼorto, le suppellettili, i nostri pannicelli, tutto fu confiscato.

Il colonnello aveva presieduto la Corte marziale che emanò la sentenza.

Mio padre era anchʼesso condannato al patibolo, e si prometteva un premio a chi lo denunziasse e lo consegnasse nelle mani della giustizia.

La mancia era inutile. Era io che dovevo consumare la sua perdita.

Avevamo marciato, senza fermarci, dritto alla puszta—ovverossia alla pianura dellʼUngheria magiara. Mio padre mi aveva lasciato presso un cugino della mia vera madre, la sua prima moglie, sulle rive della Tisza, ed egli, dopo un giorno di riposo, aveva raggiunto Rosza Sandor, suo amico.

Rosza Sandor era un poʼ ciò che glʼItaliani chiamano un brigante. Celebre per i suoi audaci colpi di mano, preso, si evase, ed errava nella puszta da anni, conducendosi come un bravo ed onesto masnadiero, non odiando nè facendo male che agli Austriaci. Più tardi Rosza Sandor comandò ad uno squadrone di volontarii, i suoi ussari, che servirono la rivoluzione fedelmente, ma con troppe collere. Rosza Sandor teneva la campagna ancora nel 1856, malgrado la ricompensa promessa dallʼAustria di 10,000 fiorini a chi lo catturasse. Mio padre restò sei mesi con Rosza Sandor. Quando fu sicuro che la giustizia austriaca aveva perduto le sue traccie, ci fissammo in un villaggio della puszta nei dominii del principe Nyraczi, che ci diede in affitto una casa ed un campicello.

Mio padre prese il nome di Paolo Nagy.

II.

Sei mesi dopo la nostra istallazione nella novella dimora, una sera mio padre mʼabbracciò e partì, dicendomi che andava a vendicare lʼassassinio di sua moglie. Ritornò sei giorni dopo, ma sʼastenne dal comunicarmi il risultato della sua spedizione. Non osando interrogarlo, feci unʼispezione delle sue armi. Partendo, egli aveva nelle sue tasche una pistola e quattro cartuccie. Al suo ritorno, una cartuccia mancava. Alcune settimane dopo, il giudice signorile raccontava che il colonnello conte di Schaffner, dʼun circondario siculo presso la frontiera della Moldavia, era stato ucciso alla sua porta, una sera, con un colpo di pistola, e che la giustizia non aveva ancora trovato lʼassassino.