Questo fu tutto.

La giustizia austriaca non è mai stata fortunata in queʼ paesi dei Confini militari.

Passarono tre anni. La fortuna ci sorrideva. Mio padre era jobbagy, cioè colono del principe Nyraczi, e possedeva un quarto di sessione, cioè un pezzo di sedici jugeri di terra arativa, sei di prateria e quattro di pascolo, con una casa ed un orto, per i quali pagava un livello annuo di ventiquattro giorni di lavoro col bestiame, due fiorini di tassa, la nona parte al signore, senza contare la decima ai preti. Prosperavamo.

Io toccava i diciannove anni.

Una storditezza ci precipitò nellʼabisso.

Era una domenica del mese di ottobre. Io indossava un bel costume di contadino magiaro: cioè una bella camicia a larghe maniche increspate; un panciotto a bottoni dʼargento; un calzone largo color azzurro chiaro, ricadente sugli stivali alti fino alle ginocchia; un mantello con maniche, di lana bianca, ricamato a colori vivaci, adornato dʼastrakan e di bei fermagli dʼargento, gettato sulle spalle, e tenuto al petto da una catena di acciaio. Avevo sul capo una magnifica berretta di panno color viola, orlata pure dʼastrakan con una penna di falco. Passavo per un bel giovine. Questa parola, almeno, era su tutte le labbra, e mi faceva già palpitare quando era pronunziata dalla bocca di una ragazza. Nonpertanto, io non era contento della mia sorte. Sapevo che ero nobile, e che potevo aspirare a tutto; la condizione di mio padre, lʼomicidio che aveva commesso, la santa vendetta che aveva fatto del suo oltraggio, lʼobbligavano a nascondersi, e mi forzavano a tacere il nostro nome e restare contadini. Io mi ribellava contro il destino, e mi preparava una rivincita, collʼistruirmi.

Quando tutta lʼUngheria risenti come una specie di scossa elettrica alle scintille-folgori delle strofe di Petőfi, io balzai come gli altri, mentre il viso dellʼAustria allibiva dal pallore dello spasimo. Domandai: Chi è codesto possente, che muove le capanne ed i castelli, le capitali ed i villaggi, le fanciulle ed i soldati? Mi risposero: È il figlio di un oste-beccaio, un istrione malriescito!

La mia anima scoppiò.