Io poteva arrivare a tutto.

Mio padre indovinava la vita interna del mio spirito. Le rughe del suo fronte si oscuravano. Egli sapeva che mi aveva serrato al collo la gogna del plebeo, fino a quando egli sarebbe vissuto, e forse anche dopo la sua morte, se la degradazione, che seguiva la condanna, si fosse riflessa sulla sua discendenza.

Quella domenica, io ronzava sulla piazza del villaggio, fra le quattro chiese che si guardano e si fanno un poʼ di smorfia: la Greca, la Cattolica, la Protestante e la Sinagoga. Un cavallo, montato da una ragazza vestita dʼuna amazzone verde, il viso nascosto da denso velo, passò di galoppo, e mʼinzaccherò. Due altri cavalieri la seguivano: il principe di Nyraczi ed un domestico.

I villaggi dʼUngheria sono una specie di Venezia. In mezzo ad ogni strada, corre, o piuttosto sʼimpantana una pozzanghera, un ruscello, una cloaca, che si traversa sopra dei ponti fissi o mobili, ed ove sguazzano delle oche, delle anitre e dei porci mostruosi. Delle belle vacche bianche, civettelle, si fermavano sulle rive, e stupivano di vedervisi così brutte. La giovinetta, che mi aveva involontariamente coperto di quel fango infetto, era la figliuola del principe, arrivata da un collegio di Vienna il giorno innanzi, per passar le vacanze nel castello di suo padre. Io non lʼaveva, potuta vedere. La dicevano sorprendentemente bella e capricciosa. Ella andava a caccia in un piccolo bosco riservato nei dominii di suo padre, unʼoasi di quercie, di pini, dʼolmi, in mezzo a quella interminabile pianura dellʼUngheria, ove queste foreste in miniatura sono rare come le isole dellʼAtlantico.

La cavalcata passò come una freccia.

Tutti, sapendomi un poʼ civettuolo, risero della mia disgrazia. Rientrai in casa per pulirmi. Poi mi venne una voglia, una voglia irresistibile: vedere quella giovine castellana! Mi armai, non so perchè, del fucile di mio padre, e mi slanciai nei campi verso il piccolo bosco. In breve vi arrivai. Cacciavano di già: lo scoppiettio della fucilata me ne avvertiva. Io scavalcai la siepe, e mi rannicchiai dietro un albero in una specie di viale che la cacciatrice doveva senza dubbio traversare da un momento allʼaltro. Poco dopo, effettivamente, un rumore di galoppo risuonò dietro di me. Non era la ragazza, ma suo padre, seguìto da alcuni guardacaccia. Fui scoperto.

—Cosa fai tu là? mi gridò pel primo il principe con aria altiera, appena mi scorse da lungi.

Poteva io dirgli: Aspetto per vedere vostra figlia? Arrossii, e mi confusi. Senza pensarci sopra, mi scappò dalle labbra una risposta:

—Sto in agguato di un capriuolo. Voʼ cacciando.

Il principe fece un segno. I guardacaccia mi presero, e mi condussero con loro.