Facemmo alto a piè dʼun poggio, che ci offriva uno scavato fra due massi. Distaccammo lʼorso dalla slitta, ma non gli demmo la libertà. Mentre io innalzava il pologhe e Metek tagliava le legna pel fuoco, Cesara dalla slitta teneva la correggia dellʼorso, al quale io aveva presentato amichevolmente un pezzo enorme delle nostre renne. Lʼorso parve riconoscentissimo di questa gentilezza previdente, e mangiò il suo pasto pulitamente, senza premura, senza dare alcun segno di ghiottoneria. Si accostumava esso alla sua sorte? Cesara lo carezzò.
—Ma! eʼ si lascerebbe baciare, senza far troppo lo schifiltoso, se glielo proponessi, disse ella. Non è vero, ninì?
Il fuoco scintillava. Io sollevai il lembo che serviva di porta al pologhe. Lʼorso, solidamente legato ad un corno della roccia, allungò il capo, e parve incantato del fuoco che ci affumicava come prosciutti. Cenammo con una parte dellʼanca dellʼalce, messa sulle brace, che restavaci ancora. Lʼorso non volle gustare di carne cotta, ma rotolò fra le sue zampe enormi lʼenorme osso scarnato, divertendosene come di un trastullo. Poi feʼ scricchiolar sotto i denti con diletto un biscotto. Noi bevemmo del thè; eʼ si contentò fiutarlo con curiosità. Lʼaspetto di Cesara, messo a nudo, fece brillare i suoi occhi dʼun insolito scintillio, malgrado ciò dolce e tenero. Eʼ si allogò allʼingresso della tenda, e la sbarrò.
Metek assicurò che lʼorso erasi oramai affezionato a noi, e che non si avviserebbe a riprendere la libertà. Non pertanto, siccome esso era la nostra vita, così decidemmo che Metek lo sorveglierebbe, mentre io dormiva, e che alla mia volta, io gli terrei compagnia, mentre che Metek sonnecchierebbe. Ciò fu fatto.
Il dì seguente riaccendemmo il fuoco, facemmo colazione, demmo un pezzo di renna al nostro amico, cui io battezzai col nome di Czar, e partimmo. Lo Czar lasciossi carezzare da Cesara, lasciossi attaccare alla slitta, senza la minima dimostrazione di cattivo umore, e si mise a trottar gaiamente, non avendo bisogno di essere toccato dallo zenzero. Viaggiavamo con una celerità media di dodici chilometri allʼora.
Percorrevamo una pianura interminabile, qua e là interrotta da qualche collina. Lʼintensità del freddo cresceva. Certo, se avessimo avuto un termometro, esso avrebbe segnato 40 gradi sotto lo zero. Metek non cessava dal batter i denti: Cesara ed io ci sentivamo colpiti dal mal del ghiaccio. Respiravamo di tempo in tempo, come di soppiatto, un boccon dʼaria fresca, che ci increspava il petto con la crepitazione della tela che si lacera, e provocava un impeto di tosse insopportabilmente doloroso. Nessuna parte del nostro corpo restava esposta per un minuto solo al contatto dellʼaria. Gli occhi sʼinjettavano di sangue. La slitta procedeva, avviluppata in una densa nuvola piombacea, proveniente dalle nostre esalazioni animali. La neve, restringendosi, scricchiolava, ed i fiocchi leggerissimi di vapore, prodotti dallo sprigionamento del suo calorico, si trasformavano in una miriade di pagliuzze ghiacciate che scoppiettavano nellʼaria. I laghi gelati, sui quali volavano, erano numerosi e prossimi. Il ferro che toccavamo, bruciavaci le dita peggio che se fosse stato rovente; non potevamo servirci più dellʼaccetta, che sarebbe andata in frantumi al minimo uso.
Arrivammo così, dopo parecchi giorni di marcia alternati di riposo, ai piè dei monti, che chiudono allʼovest la vallata della Kolima.
Non avevamo nè carta della Siberia, nè bussola, nè alcuno strumento per dirigerci. Metek possedeva una memoria locale sorprendente, ed eʼ trovava la via, esaminando gli strati di neve, che il vento forma, spirando nella medesima direzione—ciò che la gente del paese chiama la zastruga—, ovvero osservando la corteccia dei larici, la quale, in tutta la Siberia, è nera dal lato nord e rossastra da quello del mezzodì. Stavamo per intraprendere lʼascensione di unʼerta montagna, da quella parte della catena degli Stanovoi, che termina, traversando le tundras, allo stretto di Behring. Eʼ fu dunque mestieri ora scalare o girare enormi massi, esponendoci ad ogni istante a scivolare nei precipizi, ora a varcare crepacci colmi di neve, nei quali talvolta affondavamo, ora aprirci la via con delle scale. Volgemmo la montagna a mezza costa, attraverso un selviccio di pini sparuti. Ma, spuntando sul versante orientale, un colpo di vento, spruzzando dallʼimo degli abissi come un milione di razzi, ci prese di assalto. Ci sentimmo sollevati da terra ed atterrati: uomini, slitta, orso, tutti fummo capovolti. Se i pattini della slitta non si fossero appiccati a qualche arbusto di cedro nano, noi eravamo gittati nei precipizi, o disparivamo in una tromba verso le nuvole.
Corremmo immediatamente a rialzare lʼorso, che era lì per fracassar tutto ed accelerare il nostro capitombolo nei burroni. La correggia del suo collare erasi svolta: esso saltò in piedi, e noi potemmo raddrizzare meglio la slitta coricata sulla neve. Lavoravamo con una mano, avvinghiandosi collʼaltra agli sterpi, oscillanti essi stessi sotto la bufera.
Fu mestieri torcer cammino e cercar un ricovero nella macchia, dietro i macigni. Lʼuragano durò ventiquattrʼore. Il freddo, malgrado il fuoco enorme che avevamo acceso, ci penetrava, e cʼimpediva di uscir fuori della tenda. E noi avevamo a nutrir lʼorso! La carne dellʼalce e della renna era terminata. La nostra provvigione di biscotto toccava la fine. Il pesce e la carne secca, il pemmican erano una risorsa troppo preziosa per destinarli ad alimentar lʼorso, che divorava due o tre chilogrammi di carne per pasto e brontolava, non trovando la sua parte sufficiente. Bisognava vederlo, assiso alla porta della nostra tenda, allungare la sua terribile zampa al fuoco e dimandare che vi mettessimo qualche cosa. Egli mangiava ora di tutto, beveva persino il thè e lʼacquavite. Era ghiottissimo soprattutto del brodo del pemmican.... Metek si arrischiò ad uscire, conducendo seco lʼorso, che lo seguì con molta mala grazia. Lo Czar non perdeva mai Cesara di vista. Metek si rassegnò ad uccidere due corvi, non trovando altra preda. Ciò bastava presso a poco per lo Czar: era lʼessenziale. Infine, la bufera si calmò. Il cielo si rischiarò: la luce apparve. Che spettacolo!