Le roccie avevan forme fantastiche; gli alberi projettavano le loro ombre sul tappeto di neve, e vi disegnavano arabeschi bizzarri. Il vapore prendeva aspetti magici, trasformandosi in polvere di ghiaccio. Si sarebbe detto che nevicassero diamanti. Il freddo, slogando i rami degli alberi e screpolando i macigni, dava una voce sinistra alla solitudine, ed interrompeva con questo rumore metallico il silenzio infinito che ci circondava. Tutto prendeva una fisionomia insolita e sorprendente: le proporzioni degli oggetti sembravano gigantesche. Questo paesaggio selvaggio e grandioso ci riconduceva, per un contrasto doloroso, alla memoria della patria, del focolare paterno, della società, dellʼagiatezza, dei volti amati, e ci stringeva il cuore. La vallata della Kolima si apriva alla nostra sinistra, e di fronte a noi rizzavasi una catena di monti dalle cime raggianti, dalle sovrapposizioni stravaganti.
Allʼindomani raggiungemmo il letto della Stolbovayask, che saltella di roccia in roccia sugli spalti della montagna.
Il versante orientale si presentava meno ripido che quello del sud, cui avevamo scalato, ma le difficoltà raddoppiavano. Nondimeno riescimmo a cavarcela, a poco a poco, grazie ad unʼaurora boreale, che ci rischiarò. Nel mese di gennaio, il chiarore delle aurore boreali è meno splendente che in novembre e dicembre. Unʼiride appena colorata spuntò dapprima verso il nord-est. Poi delle colonne di fuoco si slanciarono allʼorizzonte, percorrendo il firmamento ora lente, ora rapide. Dei fasci luminosi si appresero al cielo, spandendo zampilli immensi di luce, che si scarmigliavano. La luna si circondò di una benda, ora verde-azzurra, ora rosa. Le trasformazioni più imprevedute si successero, e presero forme strane, di un chiarore vario sul fondo bleu-nero profondissimo della notte.
Due giorni dopo, ci fermammo allʼimboccatura della Stolbovayask nella Kolima.
Eravamo talmente stanchi, la nostra vettura era talmente avariata, che io ordinai due o tre giorni di riposo, non fosse che per cacciare e provvedere ai nostri bisogni.
Adagiammo il pologhe al ricovero in unʼimboccatura di basalto, vicino ad una piccola macchietta di salici erbacei e di rododendri, costruendogli intorno un riparo di neve per assicurarlo contro la rapacità dei venti. A qualche distanza apparivano yurte di Jakuti. Un vento caldo si levò di un tratto, fenomeno singolare, che ha luogo alla metà del verno nelle vallate della Kolima e dellʼAniuy. La temperatura cangiò di botto, e passò dai 35 o 40 gradi di freddo a 5 o 6 gradi di caldo.
Profittammo di questo sorriso della natura, che non si prolungò oltre ventiquattro ore per cacciare lʼintera giornata con una fortuna mediocrissima, e rientrammo la sera affamati, stanchi e malcontenti. Eravamo in un vimineto, che orla il fiume, quando sembrommi udire il sordo brontolìo di un orso ed il grido acuto di una voce umana. Il mio cuore balzò forte. Avevamo lasciata Cesara sola ed il nostro orso libero, affinchè eʼ cacciasse a sua volta e rimuginasse nei buchi dei sorci e delle marmotte sibilanti. Lo Czar era affatto addomesticato, e non temevamo neppur più che ci abbandonasse. Mi fermai sotto, ed ascoltai. Il grugnire ed il grido risuonarono di nuovo.
—La disgrazia, che temevo, è arrivata, gridò Metek, mettendosi a correre verso il nostro accampamento.
Ne eravamo lontani tre o quattro cento metri ed i cespi dei ginepri ce lo mascheravano. Io seguii, poi precedetti Metek più spaventato di lui. In quattro salti fummo fuori del folto... Orrore!