Innanzi la tenda rovesciata vedemmo Cesara sprofondata nella neve, dibattendosi contro lʼorso, che la scalpitava e la leccava orridamente. Non fu che un attimo: Metek ed io avemmo la medesima idea, presi dallo stesso terrore, ed obbliosi delle conseguenze. Prendemmo di mira lʼorso: due colpi partirono nel medesimo tempo, e due palle andarono a ficcarsi nel cranio della belva. Essa fece un salto indietro, e cadde supina in tutta la sua lunghezza.
Noi corremmo a rialzar Cesara. Era svenuta.
Metek sollecitò a rialzare la tenda, riaccendere il fuoco. Io allargai le vesti della povera creatura, e la richiamai alla vita. Dio lʼaveva salvata. Cinque minuti ancora, e che sarebbe avvenuto di lei?
Ma la gioia di aver salva la giovinetta si offuscò allʼistante, e le successe la disperazione: noi non avevamo più chi tirasse la nostra slitta!
X.
Nessuna lingua al mondo potrebbe dipingere lʼannichilimento che piombò su di noi e ci accasciò. Assisi attorno al fuoco, noi ci guardavamo senza trovar parola, non curandoci nè di mangiare nè di bere. Si figuri un uomo nella mia posizione, che ha preso in custodia la vita di una fanciulla potentemente amata, a duemila e quattrocento chilometri lontano dal termine del suo viaggio, in pieno verno, in mezzo ad un deserto di ghiaccio, dovendo diffidare di tutto, privo ad un tratto dei suoi mezzi di trasporto, ridotto allʼalternativa di morire presto o tardi sul sito, di miseria e di disperazione, o di morire per via, di fame e fatica! Non più salvezza, nè libertà, nè fuga in prospettiva, ma forse, o presto o tardi, la cattività di nuovo. Le prime ore furono una spaventevole agonia di silenzio e di visioni desolanti. Infine, Metek dimandò:
—Padrone, quale è il vostro avviso per cavarci di qui?
—Lo so io forse? risposi col singhiozzo nella voce, guardando Cesara, coricata sotto le pelliccie.
—Bisogna nondimeno tirarci di qui, riprese Metek. Si muore anco, ma si deve lottare contro la morte.