—Ebbene, figliuola, moriamo insieme.
Metek ci guardò senza proferir sillaba, e si assise accosto a noi. Il silenzio, lʼinerzia disperata durò quindici minuti: quindici secoli! a traverso i quali lʼanima valicò abissi di dolore senza nome, terrori frenetici. Infine Metek si levò, e disse:
—Padrone, ecco il mio pensiero. Ritorneremo là donde movemmo tre giorni sono. Rizzeremo la tenda, e la guarentiremo di una bella difesa. Il fuoco non mancherà. Di provvisioni ve nʼè ancora abbastanza. La cacciagione è rara, ma non manca del tutto. Voi resterete là, e mi aspetterete. Io andrò solo a Verknè-Kolimsk, e vi condurrò una narta e dei cani. Mi occorrono per andare e tornare quindici giorni al più. Troverò in quel villaggio il delegato dellʼispravnik—il commissario del distretto di Kolimsk dimora a 350 verste più al nord, a Srednè-Kolimsk—ovvero il capo del vecchio ostrog, che resta ancora in piedi, ovvero lʼesaule, lʼuomo di confidenza della tappa di Verknè. Io mʼindirizzerò loro. In nome di chi debbo loro domandare soccorso e protezione?
In nome di chi? Ecco dunque lʼuomo, chiamato ad intervenire a sua volta per complicare il disastro del destino! Io riflettei un istante, poi dissi a Metek:
—Ricordatevi bene questo, che io non voglio nulla per prestazione forzata, se ciò può essere. Voglio comperare una narta ed una muta di dodici cani. Caricherete la narta di ciò che occorre per nudrire i cani per un mese, di un poco di provvigioni per noi, soprattutto polvere e piombo, se ne trovate. Aggiogheremo la slitta alla narta.
—Sarebbe troppo pesante. Bisognerebbero ventiquattro cani, ed in questa stagione dubito che troverò nel borgo pesce secco, quanto basti per nutrire una così numerosa muta. Riflettetevi.
—Farete ciò che potrete. Partiamo tosto.
Costruimmo una specie di barella per trasportare Cesara sul nostro dorso, quando ella si sentisse troppo stanca. Il di più del peso non era enorme, e noi procedevamo più spediti. Due giorni dopo, arrivammo al nostro accampamento, e disotterrammo la slitta, la tenda, le provvigioni. Siccome noi dovevamo restare in quel sito un mese circa, così scegliemmo un posto convenevole, bene ricoverato. Rizzammo la tenda; ed affinchè fosse più solida, ci mettemmo allʼindomani a rinchiuderla in una specie di casa—una casa costrutta di aste e rami intrecciati, spalmata di strati di neve, sui quali versammo dellʼacqua, che, gelandosi, le fece uno splendido intonaco di diamante. La slitta fu collocata nella casa, di cui assicurai lʼapproccio, praticandovi feritoie. Eravamo, insomma, confortevolmente alloggiati.
Metek calzò le sue lija—pattini da neve—e partì il dì seguente. Prese alcuni viveri, un poʼ di tabacco e di acquavite, e 300 rubli: più, un fucile. La speranza ritornò in noi. Ma, calcolando tutto al meglio, Metek non poteva esser di ritorno che alla fine di gennaio. Venti giorni di angoscia, rallegrata da qualche raggio di fiducia nella giustizia e misericordia di Dio.... Non ridete, o signori, io sono Polacco: dunque cattolico.