Nellʼintervallo, io cacciai molto e con qualche fortuna: cicogne, lepri, linci, argali, una renna selvaggia, volpi...; ne avrei ucciso ancora, ma non rischiavo mai un colpo per un solo uccello—gli uccelli, del resto, erano rarissimi. Praticai un buco nella riviera, e pescai qualche salmone larareto, che tagliai a fette sottilissime, le quali, gelate, ci somministrarono una squisita struganina. Presi, nei cavi, dei topi e delle marmotte, una buona bica di radici di sanguis-orba e di rubus chamemorus, il cui gusto zuccherino è gradevolissimo. Cesara si rimise della sua immensa stanchezza e della terribile emozione che le aveva cagionato lʼorso. Che scena!
Ella si sentì presa alle spalle, allʼimprovviso, e rovesciata sulla neve, mentre che lʼalito bruciante e fetido del bruto lʼasfissiava. Si dibattè a lungo, e riescì a sottrarsi alla stretta ed a cercar rifugio nella tenda. Ma lʼorso lʼatterrò, posandovisi sopra; ripresa poi Cesara, la trasportò a due passi sulla neve, leccandola orridamente, e brontolando una specie di ruru lamentevole e modulato. Cesara, terrificata, cacciò le sue unghie negli occhi dellʼorso, il quale, sentendosi acciecare, montò in collera, mandò un urlo spaventevole, e cominciò a pigiarla colle sue quattro zampe, che sembravano quattro martelli a pilone di un opificio di ferro. Quella gola schiumante, quel fiato appestato, quella testa mostruosa, inchinata sulla testa livida della fanciulla, davano il racapriccio. Lʼorso esitava tra la smania di divorarla e quella di carezzarla. Il grido di Cesara lo faceva fremere.... Due detonazioni, simili al fulmine di Dio, avevano posto fine a quella orribile scena e salvato Cesara.
Godemmo degli splendidi effetti del miraggio, prodotto dalla refrazione. La piccola foresta ci sembrò, animata da raggi azzurri e violetti, camminare intorno a noi. Le montagne, ora rovesciate, ora ritte in piedi, prendevano forme di fortezze o di cattedrali dai mille comignoli. Le sponde della Kolima si ravvicinavano. Un giorno, una nuvola isolata, grigia, in mezzo ad un cielo turchino profondo, sʼinfiammò di un tratto, e lanciò intorno, nellʼinterminabile firmamento, vapori biancastri. Un altro giorno, il sole si mostrò con un corteggio di quattro altri soli, legati fra loro da un arcobaleno dai colori stupendi. Il fenomeno durò due ore.
Io feci una corsa ad una yurta lontanissima dalla nostra isba—se mi è permesso piaggiare così la nostra tana.—Il povero cacciatore si affrettò di gran cuore a regalarmi della sua polenta di larice—la parte tenera e delicata della scorza di un giovine larice bollita nellʼacqua, ma senza sale nè pepe. Il Siberiano abborre il sale.
E dire che il Governo russo esige da questi affamati il yosak, ossia tributo in pellicce di circa nove franchi per testa!
Quindici giorni scorsero senza troppa ansietà. Ma, da quel momento, non fu più che unʼagonia spasmodica la nostra. Ciò durò quattro giorni. La sera del quinto dì, ci eravamo già ritirati nella nostra casa, attorno al sciuuvale fiammeggiante, il focolaio, quando udimmo un rumore alla nostra porta.
Hurrà! era Metek, che arrivava con due narte, di cui una tirata da ventiquattro cani, lʼaltra da dodici. Ma quale non fu la mia sorpresa, quando vidi discendere da quei veicoli due Cosacchi!
Ecco di che trattavasi.
Metek non aveva potuto compiere la sua commissione senza attirare la curiosità dellʼesaule, il capo della truppa di Verknè-Kolimsk, il quale faceva le funzioni di delegato di Srednè-Kolimsk. Era stato mestieri allora dire il mio nome al rappresentante dello Czar. La strada straordinaria che percorrevamo, il racconto un poʼ gascon che Metek fece forse delle nostre avventure—i Russi sono essenzialmente esageratori—parvero sospetti allʼesaule. Eʼ non volle permettere il reclutamento dei cani e la compera delle provvisioni, ma somministrò una narta per condurci a Verknè, e mandò due dei suoi cinque Cosacchi per far eseguire lʼordine, promettendo, del resto, di occuparsi egli stesso dei nostri apparecchi.