—Ma i cani sono sfiniti.
—Vado a regalarli, disse Metek.
Io vidi allora, con forte fremito, chʼegli, preso il coltello, andò a tagliare quanta più carne potè dalle parti più polpute dei cadaveri dei briganti. Egli lʼaccatastò tutta sotto i suoi piedi, nella slitta; poi si mise a tondere i muscoli delle braccia e delle spalle, e ne gettò a manate ai cani affamati. Che festa! Mentre quei lupi un poʼ addomesticati si davano ad una vera orgia, Metek accese il fuoco. Ben presto il calderino risuonò, e il pemmican ci fece un brodo in cui stemperammo un poʼ di farina di segale. Nientʼaltro; ma era un liquido caldo, e ci rifocillò.
Due ore dopo, giravamo la steppa macchiosa.
La notte era estremamente fredda, ma chiara; le stelle palpitavano di luce azzurrina. La neve, indurita come marmo, offriva una strada solida e sdrucciolevole. Ai primi passi, i cani caddero sulle orme di un selvaggiume. Ciò fu buona ventura: quelle bestie, che di solito fanno dieci o dodici verste allʼora, oltrepassavano in questo momento le quindici verste—il massimo della loro velocità. Unʼora e mezzo dopo, li lasciavamo respirare per una mezzʼora; poi la corsa ricominciò. Due giorni dopo, eravamo allʼAnadyr, nel sito ove la Travyanaija ha le sue foci.
Bisognò riposarci un giorno. I cani non avevano più fiato. Ci credemmo, del resto, liberi dallʼinseguimento degli assassini.
Non ci restavano che novecento verste di fiume da discendere.
Io mi credeva quasi al termine del mio viaggio.
—Egli è impossibile raggiungere il golfo dʼAnadyr col nostro equipaggio, mi disse ad un tratto Metek. I nostri cani, quasi tutti, hanno i piedi malati. Se sanguinano, siamo spacciati.
—Che fare allora?