Prima di partire però cercammo di un sito coperto, ove addossare la tenda a qualche pilastro di ghiaccio—non vi erano più alberi—, ed accendemmo un magnifico fuoco, che ci permise di avere un buon brodo, ove immergemmo qualche rimasuglio di biscotto. Cesara si accocolò presso il fuoco. Le spine stesse cominciavano adesso a divenire più rare.
Uscimmo dunque a caccia. Due ore dopo, la yurta dei Tsciuktscias si offrì ai nostri sguardi. Corremmo. Era vuota! Ma le ceneri del focolaio vi erano calde ancora: il che significava che lʼabitante era assente, o aveva cangiato di posto il mattino. Il nostro dubbio non si prolungò di molto. Poco dopo, due donne, cariche di bruscoli di rododendro, arrivavano al casolare. Elleno si mostrarono alquanto spaventate della nostra presenza: Metek le rassicurò. Lʼuomo loro cacciava, e non arriverebbe che a sera. Vicino alla yurta stavano due piccole slitte. Era dunque evidente che lo Tsciuktscia possedeva o aveva posseduto delle renne. Anche questo dubbio fu presto rischiarato. Alla domanda di Metek, la donna confessò che essi avevano dieci renne, forse le stesse vedute da noi qualche giorno innanzi.
Volendo ad ogni costo parlare allʼabitante di quel luogo, cacciammo, aspettando lʼora del nostro colloquio con lui. Uccidemmo una volpe, due corvi, una grue, rarissima in quella stagione, e in quelle contrade. Io ritornai alla tenda, correndo. Metek ritornò alla casipola per parlare allo Tsciuktscia. I miei abiti erano umidi di traspirazione: li cacciai sotto la neve, che assorbì lʼumidità e me li rese secchi come se uscissero di un forno.
Metek non riuscì nella commissione, in questo senso, che lʼindigeno dimandava, in cambio delle tre renne cui consentiva cederci, del tabacco di Tsciukscia, fortissimo, o dellʼacquavite di cui noi mancavamo affatto. Eʼ non sapeva che farsi dei rubli, cui non avrebbe potuto barattare che recandosi alla fiera di Ostrovnorse, vale a dire ad 800 verste allʼovest. Lʼindomani nonpertanto il Tsciuktscia, venne a vederci, e ci portò un mezzo argali, montone selvaggio. Ne aveva uccisi due la vigilia.
Io non fui più fortunato di Metek nel negoziato. Il selvaggio domandava adesso un fucile, o per lo manco un revolver e delle munizioni. Io non poteva disfarmi delle mie armi. Mi decisi quindi a continuare la strada coi cani, facendoli riposare qui: perocchè il Tsciukstcia mi assicurava che la contrada non mancava di selvaggiume. Ora, noi avevamo cani e fucili. Lʼindigeno cacciava colla picca, colle frecce, e venne armato del suo batase—una lama di ferro in cima di una lunga asta.
Il Tsciuktscia mangiò con noi, spiando cosa potesse rubare e toccando tutto. Egli venne in seguito ogni dì, mattina e sera, nella sua slitta, tirata da quattro renne. Egli contemplava Cesara con occhi carichi di scintille. La sua famigliarità cominciava a stancarmi. Avevamo fatta una buonissima caccia di argali ed ucciso un orso, avvegnacchè ci fosse stato impossibile avvicinare le renne selvagge e pigliarle al laccio. Fissai dunque la nostra partenza per il domani. I cani erano, se non guariti interamente, in istato di viaggiare. Una copiosa panciata di orso li mise in galloria. La giornata, relativamente calda, fu spesa nella caccia. Verso sera, Metek si ostinò a seguire le peste di un argali; io rientrai per fare qualche rattoppo alla slitta. Fui stupito nel vedere, a poca distanza dal nostro accampamento, la slitta del vicino. Accelerai il passo. Ad un tratto, lo scoppio di una pistola mi giunse allʼorecchio. Corsi... mi precipitai nella tenda.
—Al soccorso, mi gridò Cesara, con le vestimenta lacere, e rovesciata al suolo.
Il Tsciuktscia lottava con lei. Vedendomi, eʼ si raddrizzò, e si scagliò sopra di me, colla batase alla mano. Era stato ferito alla guancia dalla pistola di Cesara, e gliela aveva strappata di mano. Io rinculai fuori della tenda, ed afferrai lʼaccetta. Avevo il fucile: avrei potuto abbattere quel miserabile con una palla nella fronte come avevo fatto dellʼorso; ma mi sembrò vigliaccheria. Ero forse ridicolo; ma infine la fu così. Un duello in regola cominciò tra noi due. Il selvaggio aveva il vantaggio dellʼarma, io quello della ginnastica e della scherma. Per buona ventura, eʼ non si avvisò di servirsi del revolver. Io parai a lungo, volendolo disarmare e prendergli così le renne in cambio della vita. Ma egli mi attaccò con rabbia, con acciecamento: io saltava a destra ed a manca. Ei credette che io mi avessi paura di lui, e divenne più accanito, più furibondo. Cesara uscì, e gridò:
—Guárdati, guárdati!
Lo Tsciuktscia, infatti, si abbassava per cacciarmi il batase nel ventre. Io non mi contenni più: un colpo di accetta gli aprì il cranio in due, e lo rovesciò fulminato.