Se si fosse trattato semplicemente di ucciderne una o due, la preda era sicura. Ma trattavasi di avvicinarle, di tenerle ad una distanza convenevole per lanciare loro il laccio. Un colpo di fucile le avrebbe fatte partire come il vento! La steppa, coperta di neve, si allargava dinanzi a noi a perdita di vista, zebrata di cespi di ginepri ed altre piante fanerogame, malescie e nane, di cui le renne mangiavano i rimettiticci più teneri. Il capo-renna, che dirigeva il piccolo branco, il vojati, quasi sempre una renna femmina magnifica, grande come un bisonte, ci scôrse, e rizzò il superbo suo capo, ma non diede il segnale della partenza.

—Se quelle renne non appartengono a qualche Tsciuktscia, disse Metek, esse hanno avvicinato però lʼuomo. Ci sarà quindi facile forse di strisciare dolcemente fino ad esse e tentare di accalapiarle.

Chiamammo i cani, che ci obbedivano con estrema difficoltà, ed io mʼincaricai di ritenerli presso di me, mentre Metek si approssimava a carponi verso il piccolo gregge. Le renne non si spaventarono. Esse guardavano con attenta curiosità quellʼessere ravvolto in una pelle simile alla loro, che rotolava lentamente nella loro direzione. E Metek avanzava sempre: il mio cuore batteva. Metek accelerava il suo approccio, infine il mio cuore saltò di speranza. Metek arrivava a portata di lanciare il laccio e si rizzava infatti dietro una macchia, quando una freccia fendè lʼaria con un sibilo lamentevole, ed andò a conficcarsi nel cuore della renna-capo. Essa gettò un bramito lacerante e cadde. Il piccolo branco fuggì come uno stuolo di uccelli spaventati. Immediatamente, di dietro unʼaltra macchia si mostrò un Jukaghir, che aveva abbattuto il selvaggiume. Ei sʼincontrò faccia a faccia con Metek.

Il Jukaghir rassomiglia un poʼ al Russo: capelli ed occhi quasi neri, viso lungo abbastanza regolare, una bianchezza straordinaria di pelle, ben fatto, di statura media. Poi, gaio, ospitale, suonando quasi tutti il violino o la balalayka, o mandolino.

Io sopraggiunsi. Il povero cacciatore non sospettava neppure il male immenso che ci aveva fatto. Metek glielo spiegò. Il Jukaghir gettò un grido di gioia, e cʼinformò che a 50 verste più lontano, allʼest, quasi sulla riva del fiume, si trovava una yurta di Tsciuktscias, abitata da una famiglia che possedeva delle renne domestiche. Il Jukaghir ci cedè la metà della sua preda, ciò che noi non eravamo in grado di rifiutare, e si allontanò. I nostri cani furono nudriti, e noi facemmo un eccellente desinare colla lingua della renna.

Partimmo allʼindomani alla ricerca della yurta. Ellʼera, del resto, sulla nostra via.

Arrivati la sera al sito, ove la yurta provvidenziale doveva essere—Metek aveva presi dei ragguagli precisi—, ci fermammo. La giornata era stata orribile. Avevamo seguìto una valle profonda, nella quale lʼAnadyr scorre, nellʼestate, quasi incassato fra due argini fiancheggiati da rupi a picco, minacciose, e sporgenti.

Intorno a noi si dondolava un vapore azzurrastro, che dava forme bizzarre alle rupi. Dallʼalto di questi picchi, colle cime fantasticamente dentellate, slanciavansi delle cascate, ora rapprese dal gelo nel loro salto e formanti sulle costole del granito delle anse di diamante. La crosta del fiume presentava una superficie fortemente aggrinzata, quasi scompigliata. Verso sera, il vento si levò, e soffiò sì forte, che ci riescì impossibile dirizzare la tenda ed accendere il fuoco. I nostri denti battevano un galoppo formidabile. I cani sbranavano i resti della renna. Noi mordemmo un poʼ di pemmican. Un poʼ più giù, innanzi a noi, si apriva un gorgo, ove lʼAnadyr si precipitava. La notte del 19 febbraio 1866 fu una delle più terribili del nostro viaggio, quantunque avessimo scavato un tunnel nella neve, ove, avvolti nelle nostre pellicce, ci eravamo cacciati.

Sollecitavamo lʼarrivo dellʼalba per metterci alla ricerca del casolare indicato.

Il tempo si ammansò. Si levarono anzi i venti tiepidi, e la temperatura si riscaldò. Un barlume di sole freddo colpito dʼitterizia si avventurò allʼorizzonte.