Questa conoscenza più precisa della mia desolata situazione mi determinò a portare il mio accampamento sulla riva sinistra dellʼAnadyr, mentre era ancora gelato, ed andare a stabilirmi più vicino del capo Orientale e della baia di San Lorenzo. Mandai Metek a scegliere il sito meno tristo di quella steppa, ove si rinvenisse un poʼ di muschio per le nostre renne, ed ove il legno galleggiante non fosse nè troppo raro nè troppo lontano. Si trattava di aspettare fino al mese di agosto, forse; perocchè io aveva risoluto di non tuffarmi nellʼincognito dellʼAmerica russa se non allʼultimo estremo.

Metek compiè la commissione in modo ammirabile. E alcuni giorni dopo, verso la fine di marzo, io andai ad occupare con Cesara il padiglione in pelle di renna, che Ethel mi aveva fatto innalzare vicino ad una delle numerose caverne dietro al monte Zerdzi-Kamen, tra la baia di Onemene e quella di San Lorenzo, proprio nel sito ove gli Tsciuktscias si nascosero per assassinare i Russi infami, che seguivano Paulowski—a circa quattordici mila chilometri da Varsavia!

La nostra dimora si addossava ad un monticello di 300 metri di altezza a picco. Esso formava una dalle pareti del burrone, ove si slancia, di roccia in roccia di granito rosso, un torrente, nel mese di giugno, e che adesso rassomigliava ad una scalinata di cristallo per un gigante. Qualche aborto di larice nero ed informe tremava dal freddo sullʼaltro versante del precipizio; ma la vallata, che si apriva innanzi al torrente, si abbelliva nellʼestate di piante, e di poche bacche di un verde-giallo clorotico. Di già sulla neve le cellule del protococcus cominciavano ad animarsi ed aggrupparsi. I paperi selvaggi venivano a fare la loro muta nei ruscelli, i palmipedi marittimi vi arrivavano in partite di piacere. Vi si pescava un poʼ lo sterlet, la nelma, il mauksune e lo tscir—tutti grossi pesci della specie della trota e del salmone. I vicini non erano gente trista. Le donne vi venivano la state a raccogliere un poʼ di frutti del vaciet di montagna, quando maturava. Nelle tane dei topi abbonda la radice farinosa della makarcha, ciò che mi procurava il sollazzo della visita curiosa degli orsi bruni, i quali venivano a scavare i topi, cui inghiottivano con una soddisfazione sibaritica, tirando fuori la radice.

Io non era lontano dalla costa, ove sʼincontrava qualche casipola di rifugio per i cacciatori, ed ove io poteva godere dello spettacolo del mare e darmi ai miei studii topografici. Potevo andare alla caccia dellʼisatis bianco o turchino, dellʼorso bianco, dellʼargali, della volpe, del lupo, del leone e del vitello marino, e di tutta la tribù degli uccelli viaggiatori ed acquatici, e dei quadrupedi che fuggivano innanzi al flagello divoratore dei dipteri succhiatori. Il ghiaccio rompevasi al mese di giugno. I blocchi di ghiaccio cumulati, formavano delle dighe, cagionavano delle inondazioni che, ritirandosi, lasciavano un letto di piccoli pesci, cui si disseccavano per i cani.

Io non avevo bisogno di tutto codesto, perocchè, in qualunque modo, io non avevo a passar lʼinverno sul mare Glaciale. Ma Metek? Ma chi sa? Dʼaltronde, io dovevo giustificare la parte cui rappresentavo.

Io non saprei esprimervi lo stupore atterrito che mi prese contemplando per la prima volta, verso il principio di aprile, lo stretto di Behring. Avevo lasciato Metek e Cesara allʼaccampamento ed ero partito con Ethel e con alcuni altri Tsciuktscias per andare alla caccia dellʼorso bianco e della foca. Lʼaria sembrava pura; ma eravamo appena in cammino che il vento nord-ovest ci scatenò su un nebbione denso e nero come il fumo, chiamato morok. Noi non vedevamo il compagno assiso a fianco a noi sulla stessa slitta. I cani andavano dʼistinto. Avevamo a scalare un monticello conico per sboccar poi, per un torrentuolo, sulle sponde del mare. Facemmo alto alla vetta della balza onde fare riposare i cani. Ad un tratto il vento saltò al sud-est, e come un sipario di opera che si leva, il nebbione si dissipò, non so dove, ed il mare si schierò innanzi ai miei sguardi abbagliati.

Era il mare?

Figuratevi la Svizzera vista dallʼalto di un pallone aerostatico, a mille metri al disopra del monte Bianco. Figuratevi la cattedrale di Milano cento volte più grande che Londra, vista dalle regioni ove spazia lʼaquila, ed avrete appena unʼidea di quel magico spettacolo. Dei milioni di guglie dʼogni forma, bianche, verdi, azzurre, forate a giorno, ricamate, frangiate sul fondo grigio dellʼaria! Un campo interminabile di picchi, di rocce, di piramidi di montagne, prendendo gli aspetti i più sinistri, i più strani, i più fantasticamente impossibili di castelli merlati, di templi greci, di pagode, di minareti! Qui la forma dellʼorso, dellʼelefante, più giù la forma del dragone, a lato la sega, o una tavola di marmo per giuocarvi la partita dei Titani, sur un tripode sottile come quello dei candelabri antichi. Poi, palle, poligoni scintillanti, un alce del mondo antidiluviano con le sue corna maravigliose, tutta la creazione dei mostri della primavera del mondo—i mammuth, i pterodattili, gli archeopterix, glʼichtyosauri—tutta una creazione di delirio ammalato. Poi, valli profonde ove una neve rosea scintillava, o ponti sospesi; un arcipelago cosparso di fantasimi opachi e traslucidi, curvi, in piedi, inclinati, oscillanti; arcati, appoggiandosi gli uni sugli altri, ad ogiva, a pieno centro. Di lontano, un gruppo di torose di formazione recente—è questo il nome dei blocchi di ghiaccio—avendo ciascuno sul dorso uno o più orsi bianchi, derivando verso una spalancata polinas—crepaccio—che li inghiotte lʼuno dopo lʼaltro. Più lontano ancora delle isole che camminano e vanno allʼincontro lʼuna dellʼaltra, si urtano col rumore del tuono, si aggraffano, si frangono, sʼinabissano. Uno scricchiolamento metallico formidabile di tempo in tempo, come migliaia di tuoni rauchi. Una battaglia di montagne in marcia. Degli interstizi di acqua azzurra, leggermente spolverati di brina. Più al di là ancora, lo spazio. Sulla costa, un seguito di balzi dentellati e merlati. E con ciò, non sole, ma un giorno di una bianchezza cadaverica, attristata da un riverbero verdognolo.... Ecco lo stretto di Behring ed il mare polare della Siberia. Mi sentivo circondato del vago, del vuoto! Era spaventevole e splendido! Mi fermai per schizzare un abbozzo e, quel giorno lì non volli andare più lontano.

Verso sera, una magnifica aurora boreale dai raggi luminosi di colori diversi, illuminò il cielo e rischiarò la mia strada fino ad unʼora avanzata della notte. Vi erano circa venti gradi di freddo. I Tsciuktscias trovavano che faceva caldo. Io arrivai alla mia tenda ove mi attendevano il sorriso amato di Cesara, unʼoukha succulenta di tscir alla cipolla selvatica, qualche radici che Metek aveva dissotterrate dal ghiaccio, ed un piccolo fuoco di muschio e di ossa di balena.

Percorrendo il tundras, alle sponde del lago Yukney, Metek aveva trovato una sayba—o cassa di ghiaccio innalzata su due pilastri di pietre—contenente uno di quei depositi di pesce, di carne di renna o di orso e talvolta anche delle pelli, che si trovano soventi nella Siberia abitata da orde nomade. Si mette un segno a questi depositi onde possano essere utili ad altri viaggiatori. I nostri cani ne ebbero sollazzo e noi pure. Perocchè noi non eravamo certo ghiotti della carne di morsa, di orso bianco, o della pelle di balena di cui si regalano gli indigeni....