Arrivammo così, bene o male, al mese di maggio.

La miseria deglʼindigeni della Siberia, ho potuto constatarlo, è occasionata in grande parte dal rigore feroce del clima. Ma lʼimprevidenza, lʼinesperienza, lo spirito di fatalismo, lʼincapacità dellʼuomo, vi contribuiscono largamente. «Non si evita ciò che deve essere»! ecco il motto ordinario che riassume tutta la scienza, tutta la fede del Siberiano. Metek erasi spigliato e dirozzato. Accoppiando quindi alla sua forza ed alla sua costituzione di bronzo di Yakuto, lʼagilità, la volontà, lʼenergia, lʼingegnosità europea, ei faceva miracoli.

Il mare è tutto per lo Tsciuktscias: prato, campo, foresta, fiume; egli vi pesca di che riscaldarsi, mangiare, vestirsi. Noi guardavamo, al contrario, la terra, per quanto lugubre la potesse essere, e le strappavamo di che vivere. La caccia dellʼargali, della renna, dellʼorso, ci arrise. Le androsacee, le genziane, le sassifrage, le achillee millefolium, spuntavano di già. Di già si intravedeva il grazioso cornillet dai fiori rossi, delicatamente adagiato sur un cuscino di muschio verde. La neve sembrava venata di sangue, colorata qua e là dalla tinta di ruggine dei licheni, o in rosso, in verde, in giallo, da una flora di cryptogami rudimentari. Rompendo la corazza ghiacciata del fiume, la pesca ci provvedeva largamente. Metek scoprì che la radice del boursault rampante era un eccellente condimento alla carne; che si poteva ottenere un thè non troppo cattivo, da un certo muschio del granito verde e da una specie di felce aromatica dal gusto gradevolissimo; ed un giorno egli arrivò in aria trionfale con un cavolo marino—crambe maritima—che ci dette un stchi, o zuppa saporitissima. Prevedendo lʼignoto, noi cumulavamo le provvigioni. Ma la fusione dei ghiacci cominciò per bene.

Avevamo fatte parecchie corse verso il mare, un poco per sorvegliare le numerose trappole agli isatis, ai lupi, alle volpi, che Metek, alla moda deglʼindigeni, aveva accomodate dʼogni banda, cifrandole con un segno che dinotava la sua proprietà, ma principalmente per osservare il progresso della liquefazione. Al di qua della collina era il silenzio, lʼimmobilità, lʼuniformità maestosa e religiosa che sʼincontra per migliaia e migliaia di verste percorrendo la Siberia; dallʼaltra banda, era lʼOceano che si svegliava dal suo sonno di nove mesi; era lʼebbrietà vertiginosa della vita.

A destra e a manca sormontavano, alla superficie di un oceano di vapori, delle creste nere e slanciate che foravano la loro guaina di diamante e salutavano il sole, avendo i loro fianchi solcati di neve eterna, o niellati di fili di argento brunito—i ruscelli. Il sole lanciava di già raggi porpurei che coloravano tutto di tinte rosee ed animavano di uno scintillio tremolante le nappe bianche della neve, la superficie azzurra dei ghiacci. La luce scomposta dalle molecole nevose, che impregnavano lʼaria, lanciavano sul fondo vaporoso una miriade dʼarchi-baleno. Il vento, di una violenza furiosa, animava il paesaggio. Lʼeco dei baratri ripercoteva gli urli del vento. La sabbia ed il polviglio della neve si levavano, si mischiavano, turbinavano, davano lʼassalto al cielo. Di fronte era lʼOceano che rompeva la sua camiciuola di forza con un ululato terribile. I campi di ghiaccio voltolavano, correvano alla deriva, sʼincontravano e si precipitavano gli uni sugli altri con una demenza che atterriva. Il masso affondato scompariva negli abissi, inzaccherando tutto della sua schiuma furibonda; ma poco dopo eʼ risaliva a galla, lordo di limo verde e di sabbia, per ricominciare la lotta, avendo ripreso forza al contatto dei fondi desolati. Lʼimmensa stesa immobile entrava, a sua volta, anchʼessa in furore, si metteva in moto di un sol pezzo, di un sol tratto, brontolava sordamente e poi terribilmente, si screpolava, si fiaccava, e delle montagne, sollevate dalle onde, portate sul loro dorso, solcavano lo spazio, spruzzavano verso il cielo come raggi. Il flutto corrucciato del suo lungo imprigionamento, del suo lungo silenzio, della sua lunga impotenza, era terribile adesso ed invadeva lo spazio, borbottava, gridava, correva, rovesciava, rompeva, polverizzava, urtava, distruggeva. Lo spazio illimitato diveniva un campo di battaglia, ove la nebbia che si sollevava un poʼ sul ghiaccio, teneva luogo di fumo. Uno spesso vapore bleu innalzavasi allora dal fondo delle acque, come il fiato di un mare, che rinveniva dallʼasfissia. Lʼorso bianco esso stesso era esterrefatto. Tutto si torceva sotto il dilaceramento. La creazione fantastica dellʼonda, sorpresa ed immobilizzata nella vertigine che le davano i venti e le forze cosmiche, questa creazione si annientava nello scompiglio della battaglia. Dei pilastri di vapore turchino indicavano le irreparabili ferite dei campi di ghiaccio continuo, cui lo sguardo contemplava in lontananza. Si sarebbe detto che le valli delle Alpi si gonfiassero e gittassero lungi di fuori le montagne che correvano lʼuna sullʼaltra.

Il sole restava adesso in permanenza allʼorizzonte—per cinquanta giorni—ma si sollevava a poca altezza, riscaldava appena. Il suo disco aveva la forma ellittica e lo si poteva fissare senza esserne abbagliati. Verso lʼora che doveva essere la notte, esso si abbassava un cotal poco, poi, due ore dopo, risollevavasi sullʼorizzonte, tanto più chiaro quanto faceva più freddo, e la natura intera si apriva ad un sorriso fecondo.

Non crepuscolo, come non primavera nè autunno.

Ma la state non è un beneficio per il regno animale, uomo e bestie; imperciocchè appena, in giugno, spira un soffio di calore, che le miriadi di zanzare compaiono e, sotto forma di nuvola densa e scura, oscurano il cielo. Bisogna allora tuffarsi nel fumo infetto dei dimokur, quando si ha muschio o legno verde da bruciare sotto il lato del vento, e rinunziare così allʼincanto della luce pura, dellʼaria fresca. Gli animali fuggono verso le sponde del mare, ove il vento freddo dissipa questi insetti sanguinari. Noi fummo obbligati ad abbandonare il nostro accampamento e trasportarlo incontro allo Stretto.

Glʼindigeni ci regalarono abiti leggeri, costrutti delle budella della morsa.