—Io stesso; ma io sono nobile, io sono conte. Voi non potete infliggere la pena del bastone a mio figlio. Mi abbandono al patibolo pel mio delitto; pago lʼammenda per mio figlio.
Un istante di silenzio seguì, momento terribile per tutti, dʼagonia per mio padre, di terrore per me. Egli aveva rivelato il suo vero nome. Il presidente ed i cinque giudici scambiarono alcune parole fra loro, a voce bassa. La loro deliberazione fu breve, pure ci parve durasse un secolo. Finalmente il presidente disse:
—Lʼesecuzione della sentenza verso quel giovane non ammette dilazione. Il caso non è previsto dalle nostre leggi. La sentenza avrà dunque il suo corso. In quanto allʼassassino del conte di Schaffner, egli sarà inviato alla sede sicula, ove il delitto fu commesso, e consegnato alle autorità locali.
Ecco tutto.
La Corte si alzò, ed uscì.
Un fremito corse in tutta lʼassemblea.
Io subii la pena delle verghe.
Mio padre fu appiccato.
Lottai quarantʼotto ore contro la tentazione del suicidio. Non bevetti, non mangiai, non dormii durante questo tempo. Il mio cervello era agitato dal caleidoscopio del delirio. Il terzo giorno, uno dei giudici venne a portarmi i mille fiorini di ricompensa, prezzo del sangue di mio padre. Egli indietreggiò spaventato dinanzi la minaccia del semplice mio sguardo, scivolò sulla pozza che stava dinanzi la porta, cadde, si rialzò gridando, e fuggì. La stessa sera abbandonai il villaggio.