Tre anni avanti, venendo colà, avevo portata negli occhi la cara nostalgia delle mie montagne transilvane. Per lungo tempo ne avevo avuto il miraggio alla sera, credendo veder nel lontano orizzonte, attraverso il pallido azzurro del cielo cenericcio dellʼUngheria, delle punte di zaffiro orlare la pianura come una collana. Ora mi allontanavo, lasciando la puzsta con lʼ ansia di chi abbandona lʼamato focolare e si immerge nellʼinfinito sconosciuto. Il sole rosso tramontava, e circondava di unʼaureola dʼoro la prospettiva lontana. Il cielo grigio brillava di pagliuzze lucenti, come un velo ricamato a liste dorate. Una pianura interminabile, cielo e terra, senza ondulazioni, sʼallargava, fuggiva a me dinanzi, nascondendosi poco a poco sotto lʼinvasione delle tenebre che si avanzavano dallʼOriente. La Tisza, dalle rive piatte, dalla corrente azzurra e sonnacchiosa, scorreva maestosamente verso il giallo Danubio, che serpeggia come un boa, e la beve, per rigettarla ben tosto nei fiotti irrequieti del mar Nero. Più lungi, molto rari, alcuni bianchi villaggi dai dorati campanili bizantini, che si prenderebbero per greggie in riposo, chiazzavano il suolo giallastro; e di tanto in tanto, un campo di tabacco dalle larghe foglie, delle canne acquatiche, dei girasoli dal cuore nericcio, dei boschetti a foglie verdi pallide, tremolanti sotto il venticello appena svegliato della sera. Poi, qua e là, delle specie di grue dallʼaria sinistra, che si rizzavano come neri patiboli, e servono ad attignere lʼacqua dal fondo dei pozzi ai margini invisibili.... Poi ancora dei gruppi di ragazze colle braccia ed i piedi nudi, dalla pelle bruna, colle gonne rialzate, le treccie ondeggianti, belle e tranquille, che salutavano con un sorriso, di cui il viaggiatore conserva la memoria. Dalla parte dʼOccidente, ove la luce era più viva, vedevo alzarsi lentamente da terra, come dei fiocchi di cotone, la nebbia bianca—quella lanuggine omicida dei paludi, che sʼapposta come in agguato nella pianura, e uccide chi la respira. Poi finalmente delle cataste di fieno, rassomiglianti a dromedarii accoccolati nelle fermate del deserto, e qualche pastore malinconico, pensieroso, indolente, che segue le ondulazioni delle rare nuvolette che si bagnano nellʼimmensità. Cosa sogna egli, il solitario della puzsta?

Ogni Ungherese è lʼembrione di un poeta, di un gentiluomo, dʼun soldato, dʼun patriotta e di un pazzo—Don Chisciotte grave, capace di tutti gli eroismi e di tutte le frivolità.

Questa pianura dellʼUngheria è grandemente triste, è la solitudine animata, lʼincerto dellʼOriente che trasalisce sotto gli amplessi dellʼOccidente. Io portava le lagrime negli occhi e lo scoraggiamento nel cuore. Ogni passo che facevo verso lʼovest, era un passo nellʼesilio, ed io sentiva le fibre della patria cader una ad una dal mio cuore, come si strappano i petali da un fiore. Venne la notte. Mi lasciai cadere sopra un solco di granturco tagliato, e piansi.

Un solo avvenire si apriva ormai a me dinanzi. Lʼaccettai senza esitare. Era dar mano ad una creazione. Presi il nome che porto ora, e mi feci soldato. Entrai in un reggimento dʼussari, a Vienna. Fui inviato in Boemia, poi in Italia, poi in Polonia. Vi passai quattro anni.

La rivoluzione del 1848 mi trovò in Galizia sottotenente, promosso soltanto dalla vigilia.

III.

Il mio reggimento aveva cangiato tre volte di colonnello. Lʼultimo era un tedesco, il conte Ferdinando Tichter. Io era segretario del suo predecessore, un ungherese; il conte austriaco desiderò che restassi a quel posto. Il colonnello Tichter mi spiacque irremissibilmente fin dalla prima ora. In ricambio, amai sua moglie fin dal primo minuto.

Sei mesi dopo, ci arrivarono, una dietro lʼaltra, le notizie della rivoluzione in Italia, della rivoluzione in Francia, della rivoluzione a Vienna. Non saprei dirvi le impressioni opposte, che questi turbini equinoziali produssero sopra il reggimento interamente ungherese, e sopra il colonnello meschinamente ed orgogliosamente tedesco. La notizia del 15 marzo di Pesth mise il colmo allʼesasperazione di questi, ed allʼodio di queglino.

Di già la Dieta di Presburgo aveva assunto unʼattitudine rivoluzionaria. Quando la notizia dellʼinsurrezione viennese si sparse in Pesth, quattro giovani, di cui Petőfi era lʼanima, fecero irruzione nelle scuole, e trascinarono gli studenti nella via di Hatvan. Si presentarono dinanzi la stamperia Landerer, e domandarono la stampa immediata dei dodici articoli—i nostri Diritti dellʼuomo—e di un canto di Petőfi.

—Non posso, rispose lo stampatore. Gli scritti mancano dellʼexequatur del censore.