—Dovete farlo, rispose Vasvati.
—Allora impadronitevi delle mie macchine, suggerì lo stampatore, ed obbedirò alla violenza.
—Metto la mano sulle vostre macchine, e impongo agli operaj di lavorare, sclamò Jokay.
—Ed io aggiungo, riprese Bulyovsky, che non partiremo da qui che quando il lavoro sia compiuto.
Gli operaj non volevano di meglio. La folla intorno alla stamperia aumentava di minuto in minuto. Un quarto dʼora dopo, il primo esemplare dei due scritti appariva. Petőfi montò sopra un tavolo, e li lesse. La pioggia cadeva a torrenti: la folla resta immobile. Coi dodici articoli si domandavano tutte le libertà, la eguaglianza dinanzi la legge, lʼabolizione dei privilegi, lʼautonomia dellʼUngheria, avente il suo re, imperatore a Vienna. Si esigeva che i soldati ungheresi non fossero inviati allʼestero, e che i reggimenti stranieri fossero allontanati dal paese. Le acclamazioni della folla divennero frenetiche. Per la folla, come pei bambini, il grido è una forza. Petőfi lesse allora la sua poesia.
Petőfi aveva appena ventiquattro anni, una piccola statura, un viso magro rischiarato da due occhi neri e risplendenti, lʼaspetto fiero. Si lasciava accostare difficilmente. Vestiva da contadino e non portava mai cravatta. Tutti lo conoscevano; lo si amava e lo si detestava eccessivamente. Egli era fiero, brusco, brutale nella sua franchezza, democratico intero ed assoluto, coraggioso fino alla storditezza. Bem, più tardi, lo prese per aiutante: erano degni di essere amici. Vi racconterò in seguito come morì. La poesia che egli lesse è intraducibile. Abbiatene il riflesso—il riflesso del sole delle regioni boreali nellʼinverno.
Della patria al santo appello,
O Magiari, orsù sorgete;
Esser schiavi od esser liberi
È in poter di voi: scegliete.
Nel tuo nome, o Dio degli Ungari,
Noi giuriamo,
Noi giuriamo