Questo insetto arrogante scompigliava le mie rime.

Noi eravamo duemila bellimbusti, e occupavamo la gola formidabile che separa la provincia di Basilicata da quella di Cosenza, alla testa del ponte di Campotenese. Questi due mila messeri non avevano preso affatto la cosa sul serio, non comprendendola guari. Essi non erano insorti per alcuno interesse speciale. Passavano dunque le loro giornate a giuocare alle carte, a dar la caccia ai pidocchi di cui formicolavano e ad arrostire dei montoni—montoni naturalmente realisti. Essi erano poco o niente pagati e pieni di abnegazione.

I soldati di Sua Maestà, dallʼaltra parte del ponte, occupavano i loro ozi presso a poco nella stessa guisa. Solamente, come diversione, essi scorrevano di quando in quando pei villaggi, si facevano servire dai contadini, e pagavano a colpi di calcio di fucile.

Il generale Busacca, che comandava questa colonna mobile, stanziava a Castrovillari. Questo generale sarebbe pur stato il più feroce e brutale ubbriacone del suo secolo, se Gregorio XVI non lo avesse preceduto. Egli si coricava fra due bottiglie, quando non cadeva, messo fuori di combattimento, sopra un campo di battaglia seminato di orciuoli e di fiaschetti di ogni forma. Busacca non avrebbe giammai punito un soldato che si fosse divertito a bastonare un contadino. Se incontrava un soldato ubbriaco fracido, egli dimandava a sè stesso se non bisognasse proporlo per la decorazione dellʼordine di Francesco I. In ogni caso, lo citava nei suoi ordini del giorno.

«Ei si ubbriaca, diceva Busacca, dunque egli è bravo! Sua Maestà, che è un guerriero, va matto per i buoni soldati».

Non vedendosi attaccato da noi, Busacca non si curava punto di mettere un termine a questa vita di cuccagna. I gesuiti gli avevano insegnato il famoso: cunctando restituit rem.

Noi godevamo dunque della più perfetta tranquillità. Dʼaltronde, io non so proprio perchè noi eravamo insorti, facendo quello che si faceva. I nostri uomini davano la caccia al gregge dei realisti. Costoro fucilavano, impiccavano, incarceravano tutti quelli dei nostri che loro cadevan tra le mani.

Il capo nominale della spedizione era un tale Pietro Mileto, un vegliardo che aveva una magnifica testa da patriarca e bestemmiava e mentiva, come lʼaveva fatto, in un giorno memorabile, lʼapostolo suo patrono. Spendeva le sue giornate in dispute con il suo domestico, quando non cantarellava unʼaria favorita, chʼegli aveva appresa al bagno. Poichè questo eccellente patriota aveva roso la sua catena venticinque anni al bagno di Nisida, per delitto politico.

Diciamolo qui: Mileto perì miserabilmente. Dopo la nostra disfatta, una banda di zingari lo scoprì travestito da mendicante, e gli mozzò il capo onde guadagnare il prezzo di cinque mila ducati,—22,250 franchi,—cui re Ferdinando lʼaveva valutato. Questa testa fu inviata a Sua Maestà nella sua reale residenza di Gaeta. Lo scaltro monarca, che aveva delle ragioni per sospettare la fedeltà del suo ministro Bozzelli, tre volte rinnegato, armò il suo occhio di occhialino, si circondò della sua numerosa nidiata di bimbi rachitici, e restò durante qualche minuto a contemplare, a girare e rigirare quella povera testa, per bene assicurarsi della sua autenticità, prima di sborsarne il valsente.

Nella mia qualità di dilettante, mi avevano attaccato allo stato maggiore. Io portava una sciabola formidabile, due pistole, un pugnale, che mi serviva a trinciare le mie costolette, una casacca di velluto nero, un cappello allʼErnani con galloni dʼoro, e brache di fantasia. Che cosa non avrei io dato per avere una sciarpa rossa intorno alla mia vita sottile! Avrei avuto lʼaria più da trovatore. Io aveva al mio servizio, in qualità di ordinanza, un Siciliano che si vantava di essere stato pasticciere, ma che era, in realtà, un perfetto predatore, uno snidatore di ogni specie di selvaggina. Avevo inoltre, come domestici, due Albanesi, alti cinque piedi e dieci pollici, di cui comprendevo appena qualche parola. Erano stati briganti nella banda di Talarico, è vero, ma sapevano cuocere in punto una braciuola, imbiancare e stirare la biancheria sì da invogliare una duchessa a confidar loro i suoi merletti. Sono i soli famigliari fedeli chʼio mi abbia mai avuto in mia vita.