Finito il pasto—e che pasto! io non ne feci mai di migliori, nè alle tavole diplomatiche, nè a quelle dei cardinali, neppure a quella di Sua Eminenza Tosti, neppure alla tavola tua, mio caro Dumas, che eri il Shakespeare della cucina.—Il pranzo terminato, ci rimettemmo in via. Il sole era implacabile. Non un sospiro di brezza, non una nuvola in un cielo che sembrava un soffitto dipinto dʼinesorabile oltremare. La terra di queste vigne dai grappoli di oro, di questi campi di gran turco, frastagliati di siepi alle quali delle belle more selvagge formavano un monile nuziale, questa terra biancastra era screpolata. Su tutta la vegetazione stendevasi un oeil de poudre. Si respirava un soffio che rassomigliava ad una fiamma. E noi andavamo sempre, evitando i borghi, le case, lʼuomo. Verso la sera però il viaggio divenne delizioso. Il caldo era diminuito. Il sole si coricava nel mare, a perdita di occhio spaziato dinanzi a noi. Ci avvicinavamo a Belvedere, ove io dirigevo i miei passi.

Ad un certo luogo ci fermammo. Bisognava anzi tutto aspettare che la luna si levasse; perocchè, se egli era mestieri di non esser visti, lo era per lo meno altrettanto di vedere. Bisognava lasciar rientrare nel borgo le pattuglie realiste, che nel giorno davano per la campagna la caccia ai liberali, e lasciar coricar la gente. Ma, alle undici della sera, non vi era più unʼanima in piedi a Belvedere.

IV.

Io andavo in casa di un amico—un liberale, un repubblicano di ieri lʼaltro.

Don Francesco era uno dei caporioni del paese ed abitava una specie di palazzotto, allʼestremità della cittadina, sulla via scoscesa che conduce al mare. Arrivati dinnanzi la sua dimora, le mie due guardie fecero un vivo strepito col martello di bronzo della porta e con i calci dei fucili. Quella bella palazzina, tutta bianca, dalle persiane verdi e dai balconi di ferro bellamente intrecciati, tremò sotto i picchi. Un allocco, messo in croce sulla porta, scossa la testa e le estremità delle ali, come per dirci: «Andate a farvi impiccare altrove!» Una dozzina di cani risposero allʼappello. Nel tempo stesso, un lume passò per un seguito di appartamenti interni e si fermò dietro una finestra che sovrastava al nostro capo. La persiana si aprì dolcemente ed una voce stridente, scappando fuori dʼun viluppo di pezzuole, dimandò.

—Chi è là?

—Amici, rispose Spiridione, poggiando il fucile sul lastrico.

—Amici, amici! riprese la medesima voce, accompagnata da una piccola tosse secca. Gli amici, a questʼora, e per i tempi che corrono, hanno un nome.

—Sì, risposi io, diʼ a don Francesco che il suo amico Tiberio, marchese di Tregle, è qui.