—Adesso, don Francesco, un buon letto. Vi auguro buona notte, madama.
Non avevamo schiuso labbro nei tre minuti che durò lʼoperazione della masticazione. Ritirandomi, soggiunsi:
—A proposito, caro, pensa che voglio andarmene a casa, tu sai, per mare fino a Scalea. Io prendo meco Demetrio, che non può camminare. Spiridione verrà a raggiungermi a cavallo. Dunque, una barca sicura e.... avanti la guardia! Buona notte madama.
Seguii Lauretta, zufolando la marseillaise. Non guardai nè la camera, nè il letto, sul quale avrebbe potuto manovrare un reggimento di bersaglieri, nè altro. Strappai dal mio dosso le spoglie dʼinsorto e buona sera. Lauretta mi consigliava ancora di recitare un buon Pater ed un Ave, secondo le intenzioni del nostro Santo Padre il papa, che io russava di un sonno profondo.
La mia minaccia di restar lì, fino a che non mi avessero trovato un mezzo di partenza, dette dello zelo alla signora. Ella promise una buona ricompensa—a mie spese—ai doganieri di S. M. e questa brava gente, con la loro barca di servizio, sotto la bandiera di Sua Maestà, mi condussero fedelmente—la mia sciabola, Demetrio ed il suo fucile compresi—fino a Scalea. La bandiera copriva la mercanzia.
Arrivammo a mezzodì, quasi al tempo stesso in cui Spiridione giungeva col cavallo e che la mia valigia capitava da Cosenza, mandatami dallʼalbergatore.
A Scalea pure avevo degli amici—un bravo giovanotto chiamato Alberto, che erasi trovato nelle fila deglʼinsorti. Appena che il vecchio padre, la giovane sorella ed egli mi videro arrivare, la fu una festa. Il fascio luminoso dei tre sorrisi mi rischiarò e mi riscaldò il cuore. Il vecchio mi abbracciò come se fossi stato il suo figliuolo, il giovanotto mi strinse la mano, la giovinetta mi inviluppò in uno di quegli sguardi che sono un poema più vasto e profondo della Divina Commedia. Tutto rideva in questa casa. Anche il cane di Alberto si levò sulle sue zampe e fregò il suo bel muso sul mio petto. Cinque minuti dopo, lʼasciolvere era servito. E la conversazione camminava a vapore, così alla buona, come se fossimo stati in un palco del teatro di San Carlo. Ad un tratto, udimmo un rumore lontano come il gorgoglio delle acque di un fiume in mezzo della notte. Tesi lʼorecchio per ascoltare. Serafina andò alla finestra.
—Lʼè la messa cantata che termina, disse ella: il popolo esce dalla chiesa.
La conversazione e lʼasciolvere continuarono, ma il rumore aumentava e si avvicinava.
Alberto andò alla finestra alla sua volta, vi restò un momento, poi si precipitò nel cortile per assicurarsi se la porta fosse ben chiusa, e risalì estremamente pallido.