I miei haiduchi, armati da capo a piedi, lo seguivano.

—Che cosa è dunque! domandò babbo Cataldo, anchʼegli commosso.

—Gli è, gli è..... mormorò alfine Alberto esitando, gli è che la guardia civica, il giudice di pace, il sindaco, il capitano sono alla porta e chieggono di entrare, e che tutta la bordaglia del Comune li segue.

V.

Ecco ciò che era accaduto.

Alcuni individui mi avevano visto sbarcare alla marina, in unʼassisa di uffiziale di stato maggiore. Il governo provvisorio di Cosenza mi avrebbe nominato papa, se lo avessi dimandato, onde sbarazzarsi della mia persona. Io non dimandai che un grado, senza soldo nè funzione, per aver lʼoccasione di osservar le cose da vicino, con mio comodo. I pescatori di Scalea mi avevan preso nientemeno che per il comandante in capo della insurrezione, per un generale, un maresciallo forse. Essendosi poscia recati nel piazzale della chiesa, di dove la domenica, nelle belle giornate, il popolo dellʼItalia meridionale vede celebrare la messa, questi pescatori avevano comunicata la notizia al popolaccio del borgo. La novella della nostra disfatta vi era già capitata da due giorni. La medesima gente, la settimana precedente, aveva coraggiosamente fucilato il busto in gesso di re Ferdinando sulla piazza pubblica—quel busto augusto che presiedeva alle udienze del giudice di pace ed ispirava le sentenze di questo magistrato.

Nel medesimo tempo si era visto passare la mia valigia.

—La è zeppa di oro! si avvisò di dire un uomo di spirito, il barbiere del villaggio.

—Davvero? gridarono tutti, cogli occhi lucenti.