Ed eccomi in mezzo alla moltitudine. Vi erano lì duemila persone. Tutti si precipitarono sopra di me ad una volta. Un furfante mise la mano alla mia cravatta—una bella cravatta tricolore.

—Villano! gridai io sdegnato, non disfare il mio nodo.

E gli applicai una ceffata. Una mano carica dei destini di una nazione, devʼessere pesante: la si rispetta. Eʼ rinculò. Il capitano, il giudice, il sindaco mi circondarono. Ma era impossibile di avanzare.

—Fate largo! gridava la guardia civica.

—In prigione! alla ghigliottina! braitava la canaglia—i fanciulli e le donne più alto degli altri.

Povere creature! esse hanno così di raro uno spettacolo nella rude loro vita dei campi! Unʼimpiccaggione, lʼè una rugiada: fa epoca. Facemmo qualche passo. Ad un tratto, un uomo si precipita sopra di me, con un trincetto di calzolaio alla mano.

—Lasciatemi bere il sangue di codesto nemico del mio re! grugniva il manigoldo, scoccandomi un colpo della sua terribile arma.

Io aveva riconosciuto nella folla un giovane chiamato Galvani, un dì mio compagno di studi a Napoli. Questo ragazzo gridava, a rompersi le costole, che io non era mica il Ribotti, che io era il marchese di Tregle, quando il ciabattino si slanciò su di me. Galvani arrivò a tempo per ritenere il braccio dellʼassassino; di guisa che non vi ebbe altra disgrazia, che una bella fessura alla mia bella assisa.

Allora la guardia civica, che si era infine aperta una via, mi circondò: