—Gli è meglio che andiate in prigione, mi susurrò allʼorecchio Galvani. Quivi, sarete salvo.
Io parlai, protestai, presi a testimonio uomini e bestie, sulla violenza che si adoperava contro un rappresentante della nazione che recavasi al Parlamento, e rotolai, o piuttosto mi rotolarono verso la prigione.
Ed eccomi là.
Non era proprio la prigione ove mi avevano condotto—quelle prigioni di Calabria ove una palla di cannone prenderebbe una flussione di petto e la febbre putrida! Mʼinstallarono nel corpo di guardia; al primo piano. Io avevo una guardia che faceva sentinella alla mia porta.
Appena in gattabuia, io rifaceva il nodo della mia cravatta innanzi ad un vetro, quando il capitano della guardia civica si presentò. Si chiamava don Prospero. Era un informe cubo di carne: non braccia, non gambe, non collo. Una zucca popona, mitragliata dal vaiuolo, tenevagli luogo di testa. Dei mustacchi più formidabili di quelli di Vittorio Emanuele. Gli occhiali verdi nascondevano gli occhi. Le falde dellʼuniforme a coda di rondine, aprendosi, mostravano i rattoppi ed i rabberci delle sue brache. Un naso lungo, molto lungo, lunghissimo, quasi altrettanto lungo che quello dellʼex Imperatrice dei francesi. Quando parlava, la sua bocca era una cascata a getto continuo.
—Ebbene, signor marchese, eh! lʼabbiamo scappata bella. Voi direte alla Camera che io ho fatto ammirabilmente il mio dovere, eh! Cosa posso fare adesso per servirvi, eh!
—Andate a farvi..... No, prendete carta ed inchiostro, e scrivete.
Il capitano andò giù a cercare quello che occorreva e ritornò. Io gli dettai una protesta in regola. Eʼ scrisse.
—Ora, gli dissi io quando egli ebbe finito, portate codesto in mio nome al giudice di pace.
—Allʼistante, signor marchese. Il mio figlio vi conosce. Voi direte alla Camera che io sono un buon patriotta, eh! Come vi ho protetto! Vi bisogna altro?