—Neppure una parola di tutto ciò, signor marchese.
—Ebbene, caro voi, andateglielo a dimandare allora a codesto idiota, e vi auguro il buon giorno....
Il sergente restò perplesso, mentre io mi diressi di nuovo verso lʼuscio.
Eʼ disse infine, alzando le spalle:
—Poichè voi mi assicurate che il capitano vi ha detto codesto, non sarò io che vorrò trattenervi. Servitore umilissimo, signor marchese, e buon viaggio.
—Per la vostra gente, dissi io, dandogli una moneta dʼoro.
E partii, a passo lento, esaminando, da uomo che non ha fretta, la piazza, la caserma, la casa comunale, i contadini che se ne andavano ai campi ed i loro ciuchi. La guardia dinanzi la porta mi seguiva degli occhi: io sentivo il suo sguardo bruciarmi il dorso. Appena però mi fui sottratto ai loro occhi, io non feci che un salto fino alla casa del mio amico Alberto. E vi metteva il piede, quando alla porta, per una di quelle venture, che non sono inverosimili che nei romanzi, io mi sentii avvinghiato dalle braccia di un vecchio prete da un lato, e dallʼaltro da quelle di un giovincello. Io resistetti. Essi mi baciavano sulle guance, ciascuno dal suo lato, il prete sclamando: «Io sono tuo zio, Tiberio!» ed il giovane echeggiando:
«Tiberio, io sono tuo cugino!»
—Ehi feci io, ma....
Io non avevo davvero il tempo di andarmi ad informare donde mi piovessero quello zio e quel cugino provvidenziali. Li credetti sulla parola, e rendendo loro ingenuamente lʼamplesso, dissi: