—Benissimo, poichè siete mio zio e mio cugino, allʼopera. Me la sono svignata dalla prigione: salvatemi, adesso.
—Presto, Gabriele, gridò lo zio, prendi Tiberio con te, gettatevi nelle vigne, nascondilo in qualche sito e ritorna per compiere il resto.
Gabriele mi prese dal polso.
—Presto, andiamo, eʼ gridò.
—Un istante, risposi io, sfuggendogli dal pugno.
Salii la scala, saltando i scaglioni quattro a quattro, e via nella camera di Serafina.
In questo frattempo, ecco ciò che avveniva al corpo di guardia.
Il sergente, dopo avermi veduto partire, dopo aver diviso tra i suoi uomini la moneta che io gli aveva lasciata per mancia—facendosi la parte di.... sergente, non senza una lunga discussione—fu preso da un accesso in ritardo, di sentimento del dovere. Eʼ se ne andò dunque dal capitano per domandargli se io gli aveva detto la verità!
Il capitano era stato proprio allora chiamato dal giudice di pace, a proposito di un dispaccio telegrafico arrivato da Napoli. Il sergente respirò. Continuò dunque lentamente la sua via verso la casa del giudice. Alla porta di questo onorevole magistrato, il sergente incontrò il capitano che usciva, affannoso, frettoloso, con un dispaccio alle mani.
—Ah! arrivi a proposito, sergente, sclamò il capitano. Va a metterti un paio di scarpe nuove; devi partire fra unʼora.