Abbrevio.

Quando giunsi in Basilicata, la reazione vi fioriva. Non vi era altro a fare che nascondermi, uscire dal regno, o farmi impiccare. Questʼultimo partito mi sorrideva meno di ogni altro, e lo misi da banda senza più.

Mi nascosi dunque e cercai il modo di espatriarmi.

Era mestieri, per questo, dʼimbarcarmi. Due mari mi offrivano una via di scampo: lʼAdriatico ed il Tirreno, lʼuno per condurmi a Roma, ove la mano amica della Francia non aveva ancora strangolata la repubblica; lʼaltro per lasciarmi arrivare in Francia ove la repubblica agonizzava ancora.

Io mi decisi per Roma.

Nel frattempo in cui mi allestivano un imbarco, io dimorava in un castello ove la gendarmeria mi fece lʼonore di parecchie visite, avvegnachè io non le contraccambiassi lʼonore di riceverla personalmente.... No, la ricevei una volta.

Un giorno, sibariticamente coricato nella spessezza di un muro, leggendo i Pamphlets politiques di Cormenin—un repubblicano morto non ha guari senatore!—io udii quella buona gendarmeria lamentarsi forte della mia poca creanza di non permetterle di guadagnare il premio di 25,000 lire, prezzo a cui lʼeccellente prefetto Caracciolo aveva messa la mia testa. Quando quella brava gente ebbe dunque terminato la sua ventesima visita, e la si fu ritirata, la signora della casa invitò il capitano a desinare. Egli accettò.

Il gendarme ed il prete mangiano sempre.

Si chiusero le porte. Dodici domestici della casa, guardiani di campagna, armati fino ai denti, si tenevano nel cortile e nel tinello. Il rispettabile funzionario li aveva sbirciati. Si chiamò a tavola. Seduto a destra della baronessa, ella mi presentò il capitano seduto alla sua manca.

Io non ho mai conosciuto, negli Stati di S. M. siciliana, un più grande galantuomo che quel birro! Cosa strana! in quel paese, le più gangrenite sono le persone da bene!...