—Seguimi.
—Soccorso! gridò la contessa, strappandogli dalle mani la briglia.
Mʼinterposi.
—La signora contessa vuol ella continuare il viaggio verso la sua contrada? le domandai.
—Sì, lo voglio.
Per sola risposta, il colonnello cavò una pistola dagli arcioni, e fece fuoco su di me. Mi sbagliò. Tirai a volta mia. Egli cadde. Il colonnello Tichter era un colosso. Mʼimpadronii allora delle briglie del cavallo di Amelia, e ci lanciammo nel fiume. Fummo accolti allʼaltra riva con urrà interminabili: i miei compagni avevano veduto tutta la scena. Continuammo la marcia. Ci mancavano viveri e denari. Quel poʼ di pane che i contadini ci somministravano, era dato ai cavalli, e per nostro conto ci alimentavamo con torzoli di cavoli, di granturco e di legumi crudi, che si potevano trovare. Avevamo fretta dʼarrivare.
Altri reggimenti e frazioni di reggimenti fecero come noi.
Entrammo a Buda il giorno memorabile del 28 di settembre 1848.
La Corte di Vienna oggimai aveva gettata la maschera. Non cospirava più, attaccava. Il 25 settembre, essa lanciò due manifesti reali. Col primo, il re accusava di rivolta la Dieta, i ministri, la nazione, e nominava il conte di Lamberg, ungherese di nascita, austriaco di cuore, a commissario reale in tutto il paese, comandante di tutta la forza armata. Col secondo, il re ordinava ai soldati di rientrare sotto le loro antiche bandiere.