—Colonnello, rispose pulitamente il capitano, date ad un altro questʼordine parto: anchʼio. Partiamo col 4.o
La tromba suonò la marcia. I due squadroni lasciarono Marienpol. Il colonnello lasciò andare una spaventevole bestemmia, e rientrò.
Ci aspettavamo che lʼAustriaco allʼindomani si fosse posto alla testa dei due squadroni che gli restavano, ed avesse raggiunto il 2.o ed il 4.o
Non ne fece nulla. Il giorno dopo, tutti gli ufficiali e sotto ufficiali gli intimarono la partenza. Bisognò che cedesse, sapendosi sorvegliato.
—Non vi fidate di lui, mi disse alla sera la contessa. Egli medita un colpo. Non so quale, ma un tradimento, sicuro.
—Vi è pericolo per voi, signora?
—Non so. Vegliate su me.
Questo «vegliate su me» era la confessione che io attendeva da sei mesi. Ella sapeva che io lʼamava come un forsennato, e mi tacevo. Suo marito, egli stesso, mi pareva sospettasse la mia passione. La contessa non aveva fatto nulla per incoraggiarmi, ma io aveva indovinato che il mio amore lʼaveva tocca, e che forse meco lo divideva. Come era bella, Dio mio, quando il suo guardo inebbriato posava su di me, e mi avviluppava di unʼaureola luminosa!
Partimmo in mezzo agli applausi di tutti gli abitanti di quella città; le donne ci inviavano dei baci, i vecchi delle benedizioni, i giovani degli augurii. Il colonnello si tenne sempre alla coda del reggimento, sotto il pretesto di star vicino a sua moglie, che ci seguiva a cavallo. Mi feʼ restare presso di sè, onde trasmettere al reggimento i suoi ordini in ungherese, lingua chʼegli non parlava. Arrivammo al Dniester. Pioveva da tre giorni: il fiume era ingrossato e torbido. Bisognava traversarlo a nuoto. Il primo squadrone vi si lanciò; il terzo lo seguì. Il colonnello non si mosse. Quando tutti furono allʼaltra riva, egli afferrò con violenza la briglia del cavallo di sua moglie, dicendole: