Amelia si lasciò cadere sopra una seggiola, e sembrò abbattuta. Io restai in piedi, credendo vedere lo spettro di mio padre appiccato che mi gridava: vendetta! Dʼun tratto la contessa si alzò, si slanciò a me dʼincontro, le braccia aperte, e sclamò:
—Maurizio, io tʼamo.
Da quel momento ho creduto alle visioni del paradiso.
Cinque minuti dopo, io usciva dal palazzo, e mi parve di emergere da una stella e cadere in una notte eterna. Camminai forte: avevo bisogno dʼaria e di spazio. La mia vita straripava, mi soffocava. Mi fermai un momento per respirare, allʼestremità di quello splendido ponte sul Danubio che congiunge Pesth a Buda. La giornata era raggiante. Il cielo mi sembrava vestito a festa, di un azzurro più limpido del solito onde rallegrarsi della festa del mio cuore. Il Danubio, dallo sguardo giallo, dallʼandare tranquillo e linfatico, borbottava alcunchè di rauco e dʼindeterminato, ma non aveva già quellʼaccento di collera che sʼindovina nel brontolío del Po e del San Lorenzo. Al di là, la roccia appesa e misteriosa che porta la cittadella, e sovrappiomba nel fiume. Allʼindietro, delle brune colline dai poggi di vigna, tagliati da burroni, lungo i quali sʼarrampicano i casini, le osterie, i caffè, le case rustiche dai campaniletti rabescati; e più lungi ancora allʼestremo orizzonte, in mezzo ad un vapore violaceo, dei punti cerulei come una manata di turchesi, i primi spalti dei Carpazii. Io scorgeva tutto ciò in una volta, con uno sguardo interno, che avrebbe abbellito ed illuminato la bottega dʼun carbonajo, allorchè una vettura traversò il ponte, ed una testa, coperta da un cappello da generale, si mise fuori per guardarmi: era il conte Lamberg.
Fu visto e riconosciuto.
Non durò che un lampo. Una folla, che sbucava non so donde, si gittò sopra di lui, rovesciò la vettura, i cavalli, il cocchiere, lo trasse fuori, lo trascinò, lʼuccise, gli tagliò il capo. Io aveva appena scôrto un uomo vivente che mi squadrava di unʼaria burbera; un minuto dopo, vidi una testa pallida ed insanguinata in cima ad una picca. Un brivido percorse tutta la città. La folla armata di falci irruppe nella sala dellʼassemblea. Il presidente balzò sul suo seggio, e con gesto da re, gridò:
—In nome della legge, vi ordino di uscire.
Le grida si spensero in un attimo, e quegli uomini insanguinati se ne andarono come pecore, senza rispondere una parola.
Allʼindomani, Moga batteva Jellachich a Pakozd, lasciandogli lʼinfamia di tirare il primo colpo di fuoco. Cinque giorni dopo, Görgey disarmava mille ottocento austro-croati; ed il 7 ottobre, Maurizio Perczel raggiungeva il corpo di Roth e Philippovich, forte di settemille e cinquecento uomini, e lʼobbligava a posare le armi.