Lʼuomo che aveva messe le mani al colpo di Stato contro lʼautonomia ungherese ed aveva inviato Lamberg, il conte Latour, ministro della guerra in Austria, fu appeso ad un fanale dal popolo viennese nellʼinsurrezione del 6 ottobre. Moga, che inseguiva lʼesercito di Jellachich, il quale marciava su Vienna, avendo esitato di passare a tempo la Leitha, fu alla fine battuto presso Schwechat, in vista della capitale dellʼImpero, da Windischgraetz, che aveva già schiacciato Vienna, e che si preparava ora a marciare contro lʼUngheria. La guerra che facevamo in Transilvania contro i Valacchi, i Sassoni, gli Austriaci ed i Serbi, malgrado alcuni scontri brillanti, era, tutto sommato, disgraziata, e lʼesercito si ritirava sulla Maros, mentre Schlick invadeva lʼUngheria settentrionale. La nostra causa era seriamente minacciata, la patria seriamente in pericolo. Il Comitato di difesa, che concentrava nelle sue mani tutto il potere esecutivo, si mostrò allʼaltezza della sua missione; e Kossuth, che lo riassumeva tutto, riempiva già della sua persona tutta lʼombra che aveva lasciata la Casa di Absburgo, ritirandosi. Si domandarono delle nuove leve di honved—difensori della patria—, e si ebbero più uomini che non sʼavessero armi. Si creò una cavalleria, unʼartiglieria. I capi tiepidi, incapaci, dubbiosi, furono surrogati: Damjanich prese il posto di Kiss al Sud, Görgey quello di Moga al Nord; Windischgraetz si mise in moto.

Io aveva ottenuto un brevetto di capitano nel mio reggimento, che era stato completato per supplire ai quattro squadroni che, trovandosi in Boemia, non eran riesciti ad evadersi come noi. Io comandava il settimo squadrone staccato presso lʼesercito del nord. Görgey mi nominò suo aiutante di campo.

Kossuth, consegnando il comando in capo dellʼesercito del Nord al maggiore Görgey, aveva detto allʼAssemblea: «Ho tirato un buon numero dallʼurna del destino!» Ahimè! Kossuth aveva letto quel numero a rovescio. Io non aveva ancor veduto Görgey. Avevo applaudito quando egli, eseguendo lʼordine del Consiglio di guerra di Csepel, aveva fatto impiccare il conte Zichy che, andando incontro a Jellachich, aveva introdotto lʼinimico nella patria. Ma concepii tosto dei dubbi sul suo carattere quando, essendosi disgustato col suo capo Maurizio Perczel, riescì a farlo passare come incapace, e si fece attribuire il merito della presa del corpo di Roth e Philippovich. Quando io lo vidi al suo quartier generale di Pozsony, risentii come un subito colpo al cuore.

Arturo Görgey era militare. Aveva fatto gli studii allʼAccademia militare di Tuhn nellʼAustria, poi aveva passato cinque anni nella guardia nobile ungherese. Nominato luogotenente in un reggimento di ussari, non avendo i mezzi di avanzare rapidamente, stanco della vita di guarnigione, diede la sua dimissione, e si ritirò a Praga per studiarvi la chimica. Là, aveva domandato in isposa una ricca e nobile ereditiera, e non avendola ottenuta, sposò la sua istitutrice, una francese. Il suo carattere traspariva di già: ambizione, invidia, rancore, orgoglio, vendetta! Görgey dissimulava poco la feccia del suo cuore, quando poteva farlo senza inconveniente; e così forse vendicavasi della natura che, nella composizione della sua persona, metteva in guardia gli osservatori.

Grande, svelto, sottile, agile, il suo corpo di dandy finiva con una testa di donna, piccola e non bella. Aveva capelli castani, rari, tagliati corti, nellʼintenzione di dare più spazio e più lume alla sua fronte scura. I suoi occhi grigi, instabili, irritabili, non avevano quella dietro-cortina degli ipocriti, che copre nellʼabisso della pupilla lʼabisso dellʼanima. Egli li velava con occhiali dʼoro, che offuscavano ciò che vʼera di petulante in quel viso. Un par di mustacchi magri e sottili, faceva spiccare il pallore ceruleo e lʼavida sottigliezza delle labbra, sempre corrucciate, se un sorriso beffardo cessava dʼincresparle. Questa fisonomia corta sopra una statura elevata, quei tratti comuni sopra un corpo disinvolto, quel viso ove la natura aveva scritto una idea, ed ove la premeditazione sostituiva una maschera, mi diedero a riflettere. Görgey sʼaccorse che io lʼosservava. E se avesse potuto dubitare che io dirigeva su lui la mia implacabile attenzione, come un microscopio che lo scandagliava nel fondo delle viscere, e notomizzava i suoi pensieri, mʼavrebbe certo, alla prima occasione, messo in un posto da essere ucciso sicuramente. Già egli disapprovava la mia condotta verso il colonnello Tichter Egli aveva pochissima barba, ed era pallido. Di marziale, solo il contegno e le abitudini. Poco avvicinabile, di maniere sdegnose, temendo rivelarsi avanti il momento e fuor di proposito, egli sorvegliava le proprie parole, fuorchè nellʼironia e nella maldicenza, che aveva molto pronte e colorite. Del resto, dava ai suoi pensieri delle forme poetiche, e non mancava di eloquenza. La sua tenuta rigida imponeva il rispetto. La sua andatura, sicura di sè stessa, grave, fiera, imperiosa, ove lʼorgoglio traboccava, era dʼaccordo colla parola breve e col suono brusco della voce. Egli correggeva collʼarroganza dellʼanimo e dellʼuomo, ciò che poteva mancare di guerriero e di cavalleresco al militare ed al generale.

Con tutto ciò, eccellente cavaliero, sobrio, paziente, dʼun bel coraggio personale, chʼegli sʼimponeva nelle circostanze decisive, con uno sforzo di volontà. La vista del sangue non lo turbava. Il pericolo altrui lo toccava poco. Egli non lo fuggiva, il pericolo, ma non lo cercava neppure, come avremo occasione di vedere. Non risparmiava le fatiche alle sue truppe, ma le divideva, e dormiva con esse sulla neve con un freddo di 18 gradi sotto il zero Réaumur, senza pranzo dopo unʼassenza di asciolvere, e restando senza cena, dopo non aver pranzato. Con lui, si riposava dʼun combattimento con una marcia, e dʼuna marcia con una battaglia. Severissimo nella disciplina, ingiusto soltanto verso i suoi nemici e verso quelli di cui era geloso, che invidiava o temeva. Pieno di ingegno, non sapeva mai riconoscere lʼingegno degli altri, sempre disposto ad impiccolire il merito che lʼoffuscava, senza generosità insomma, senza nobiltà di animo.

I soldati lo amavano: essi non scorgevano che la persona; gli ufficiali, eccetto i suoi fidi, lo detestavano, e diffidavano di lui: gli leggevano nel cuore.

Görgey disprezzava tutto quanto non fosse militare. Considerava il civile come un intruso, un intrigante, un imbecille. Kossuth, che lʼavea creato, cadeva sul suo cuore abbietto come una goccia dʼacido solforico, che brucia senza posa e senza pietà. Görgey sapeva eseguire con molta abilità i piani altrui, ma era incapace di concepirne uno egli stesso. Il suo spirito mancava dʼiniziativa, egli non possedeva la bussola dellʼindefinito. Dopo una vittoria, non sapeva più che farne. La pletora del successo pesava sopra di lui, e lo rendeva inetto, come lʼeccesso dellʼamore uccide lʼamore. Tutte le sue passioni occulte insorgevano allora, ed egli si consumava nel nasconderle o nel coprirle sotto una forma onesta, se lʼesplosione gli preparava un ostacolo. Tutto era virile in lui. Niente era elevato. La sua intelligenza nuotava nella visione delle grandezze le più sfrenate, mentre doveva imporsi una condotta moderata. Egli sentiva tutta la superiorità morale ed intellettuale di Kossuth. LʼUngheria intera accarezzava questa credenza, esprimeva questa convinzione. Görgey intraprese unʼopera di tenebre, a capo della quale, smascherando le sue batterie, egli doveva far ricadere il suo paese al fondo dʼun precipizio. Ragno del male, egli tesseva la tela del disastro per avvilupparvi unʼopera divina, la risurrezione dʼun popolo!

Görgey aveva lʼanima austriaca. Egli non comprendeva dunque nè la libertà, nè la nazionalità, nè lʼindipendenza, nè lʼautonomia di una razza, nè la supremazia e la maturanza dʼuna civiltà. Egli si batteva contro lʼAustria, non per odio contro unʼistituzione un principio, ma perchè nutriva una rabbia concentrata contro i generali austriaci, e ambiva di surrogare lʼAustria in qualche luogo, per poi rimetterla a posto, facendo per sè nellʼopera e nellʼimpero una parte corrispondente allʼaltezza del servigio reso. LʼAustria non si è dessa mostrata generosa per certi meriti, la Casa di Absburgo per certi delitti?