Chiamavamo il generale: papà Bem.
Puchner si avanzava in cerca dellʼesercito ungherese. Lo incontrammo in vicinanza di Galfalva il 17 gennaio. Ci battemmo per cinque ore.
—Ingoiatemi un poʼ quei furfanti! gridò Bem.
Allora li caricammo alla baionetta. Puchner fuggì coi rimasugli della sua colonna nella direzione di Nagy-Szeben (Hermannstadt).
—Addosso a quei cani, urlò Bem.
E noi incalzammo i fuggiaschi, la spada alle reni, per quattro giorni. Nevicava, ventava. Nessuna strada. Attraverso burroni, montagne, torrenti profondi come fiumi, i terreni sfondati e rappresi soltanto alla superficie come per tenderci un agguato, i bagagli in ritardo. Il pane, sempre un problema; senza tabacco.... e mai un lagno! Che voluttà quel far la guerra per unʼidea, quando si ha fede in un capo dotato di tutte le grandezze morali! Ci fermammo il 21 davanti Nagy-Szeben, città circondata da un muro di cinta continuato, munita di pezzi da posizione, irta di bastite, di trinceramenti avanzati, difesa da 11,000 uomini, molte guardie nazionali, e 54 cannoni. Bem non aveva sotto i suoi ordini che 4,500 fantaccini e 450 cavalieri, che marciavano da quattro giorni, e 18 bocche da fuoco di piccolo calibro.
—Generale, devo comandare lʼassalto? gli domandai.
—Per bacco!
—Non volete dunque attendere i 1,700 uomini che deve condurci Czetz?
—Mettiamoci a tavola, li attenderemo mangiando.